13/02/2026 21:00

14/02/2026 19:00

15/02/2026 18:00

I POETI NON CADONO IN PIEDI.
L’AMARO CASO DEL TEATRANTE SCALDATI SECONDO FRANCO MARESCO
drammaturgia e regia Franco Maresco e Claudia Uzzo
a partire da alcuni testi di Franco Scaldati
regista collaboratore e consulenza ai testi Umberto Cantone
con Umberto Cantone, Aurora Falcone, Melino Imparato, Franco Maresco, Ernesto Tomasini
scene Nicola Sferruzza e Cesare Inzerillo
musiche Salvatore Bonafede
video Francesco Guttuso per Lumpen Film
assistente alla regia Gabriele Ramirez
direttore di scena Flavia Francioso
disegno luci Carmine Pierri
tecnico video Pietro Di Francesco
fonico Alessandro Innaro
sarta Daniela Guida
foto di scena Ivan Nocera

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

 

Che cosa se ne può fare dei poeti e del loro teatro un mondo come il nostro alle soglie del post-umano prossimo venturo? Con lucida e disincantata ironia, caratteristiche riconosciute della sua biografia artistica e intellettuale, Franco Maresco si interroga su questo “gnommero” epocale, raccontando a modo suo l’affinità profonda che lo lega alla figura di Franco Scaldati, drammaturgo e poeta palermitano, potente sperimentatore di una lingua nuova del teatro siciliano, che in vita pagò il prezzo di una coerenza artistica ed esistenziale rimanendo ai margini del mercato e delle istituzioni. In questo spettacolo aperto, una grottesca sonata di fantasmi contrappuntata da immagini e parole (molte delle quali inedite) del corpus scaldatiano, Maresco colloquierà con i personaggi e con l’idea del teatro e del mondo del suo amico poeta che non voleva “cadere in piedi”, allacciandosi alla misconosciuta tradizione dei grandi irregolari della letteratura, in primo luogo della letteratura siciliana, giocatori perdenti nella partita col tempo e contro il proprio tempo.     

I POETI NON CADONO IN PIEDI
Brani di Franco Scaldati (traduzione dal siciliano all’italiano)

LA VEGLIA DI TOTÒ E VICÈ
(liberamente tratto da Totò e Vicè)  
Introdotti dalla Fanciulla veggente (Aurora Falcone) Totò (Melino Imparato) e Vicè (Ernesto Tomasini) alla veglia funebre del loro autore, Franco Scaldati, immobili e con delle candele in mano prima cantano una filastrocca e poi intrecciano un dialogo surreale. Consapevoli di essere fatti di fine cotone e di mollica di pane, di essere dipendenti l’uno dall’altro, si scambiano enigmi senza soluzioni. “Se un orbo sta al buio, questo non si accorge che è orbo, non è vero?”… “Il sonno è una lampada che si accende e si spegne”…“Com’è che con gli occhi aperti vedo un pezzo di mondo e, quando li chiudo, vedo il mondo intero?” “Può essere che siamo il sogno di un morto?”.

PARACQUA A PROVA  
(da Indovina ventura)  
Due venditori ambulanti di “paracqua a prova”, Rosolino (Melino Imparato) e Assunta (Aurora Falcone), cercano di raggirare un loro cliente, Isidoro (Ernesto Tomasini), intenzionato a comprare un ombrello a poco prezzo per ripararsi. Prima assecondano il gonzo proponendogli ombrelli colorati (verde pisello, rosa confetto, carta da zucchero, grigio-ferro), poi lo costringono a sperimentare l’efficacia dei loro ombrelli più economici con il risultato di bagnarlo dalla testa ai piedi. Dopo aver subito il movimentato collaudo, Isidoro rifiuta sdegnosamente di comprare i “paracqua a prova”, convinto di non essere stato raggirato (“Mi volevano appioppare un ombrello sfondato, mica sono scemo!”).

DON PAOLINO 
Un omosessuale di un quartiere popolare di Palermo, Don Paolino (Ernesto Tomasini), si espone allo scherno e allo sberleffo di alcuni abitanti del quartiere che da tempo lo prendono di mira. Dopo aver risposto per le rime ai loro insulti, si lascia prendere dallo sconforto, svelando l’orgogliosa consapevolezza della propria condizione: “Sono una creatura esposta in vetrina. Ma che hanno più di me le femmine? Sono frocio e me ne vanto! Mi riempiono di complimenti: colorami il cazzo con queste labbre colorate di rossetto …  fammi un pompino … ci hai gli occhi che sembrano dipinti! … Il mio culo è sodo come quello di una statua. Mettetemela nel culo e riempitemi di sborra!”.

Da IL POZZO DEI PAZZI
Melino Imparato interpreta il dialogo scurrile di Aspanu e Binirittu, i due barboni protagonisti del Pozzo dei pazzi    
“Biniri’, mi sento in mezzo al mare…” “Io non voglio annegare… Quando sono ubriaco mi viene voglia di fottere” “Ti accontenti del mio culo? Certo che potrei fottermi tua madre, se non fosse morta!” “Io invece vorrei fottermi tua sorella che è specializzata a fare pompini col culo” “Però tua madre faceva pompini con le narici e con le ciglia!” “Te l’ho mai raccontato quando, per scommessa, tua madre si è infilata una botte di cento litri nella fessa?” “Sì, però la scommessa l’ha vinta tua sorella che s’infilò nella fessa la ciminiera della nave per Napoli!” “No, la scommessa l’ha vinta tua madre che riuscì a infilarsi nella fessa l’esercito americano assieme al suo sergente turco!” “Ricordi male: ha vinto tua sorella che nella fessa s’infilò la truppa tedesca con il suo capitano!” “Può essere che non me lo ricordo bene, però ho visto entrare nel culo di tua madre un intero treno merci e un vigile urbano!”. Alla fine i due confessano di avere i coglioni più grandi dei salvagenti e di voler fare una pisciata che duri un’ora e un quarto.

LA PROCESSIONE
Il gioco con la palla di una bambina (Aurora Falcone) viene interrotto da due fedeli di una processione di quartiere (Melino Imparato e Ernesto Tomasini), intenti a fare la questua evocando i santi a cui sono devoti: Sant’Antuninu, San Vitu, San Bastianu, San Vicenzu, San Biagiu, Santu Nittu, San Paolu, San Petru e San Ramunnu, Santa Rita, San Giuvanni, San Gilormu, San Franciscu, San Simune, Sant’Antria, San Giuseppe, San Grigoliu, San Lissandru, San Siroru… La bambina ripete i suoi santi invocando alla fine Santa Rosalia, la patrona di Palermo.

ANCILÙ E ANCILÀ
(da Indovina ventura)  
Al termine della processione due stendardieri, Ancilà (Melino Imparato) e Ancilù (Ernesto Tomasini), che conducono lunghi bastoni con in cima degli angeli dalla corona rilucente, animano una colorita conversazione. Uno dice all’altro: “C’è un uomo che, mentre muore, ha desiderio di mangiare dei pesci. Io ho ordine di richiamare tutti i pesci del mare, così il povero morituro va a pescarli e si sazia!” “Io invece vado dove il mare finisce e dove c’è uno che sta annegando e ha anche lui voglia di pesce. Io allontano tutti i pesci e così quel povero cristo sconta la sua ultima pena e sale dritto in paradiso”. Ancilà e Ancilù si dividono e poi si ricongiungono. Quando escono di scena ci rimane un dubbio: sono forse angeli anche loro? 

IL PALLONE “ARROCCATO”
Una Bambina (Aurora Falcone) piange perché ha calciato il suo pallone oltre il muro e l’ha perduto. Con fare mellifluo, Pasquale (Ernesto Tomasini) la consola (“I palloni arroccati vanno dritti in cielo e diventano stelle”). Quando la Bambina vuole sapere se in cielo c’è il suo pallone, che è il più grosso di tutti, Pasquale risponde che in cielo a essere più grande è la luna (“Vieni con me, che te la faccio vedere”).

TIRONE  
Melino Imparato legge un testo di Scaldati sul ciclista Francesco Tirone.
«Il mio avversario più abile era Rubino. Ci scannavamo per chi tra noi due doveva arrivare penultimo. Una volta ci siamo stretti la mano e abbiamo tagliato il traguardo insieme. Avevamo combattuto per tutta la gara. Peccato che non c’era nessuno quando siamo arrivati, perché ci avrebbero potuto portare in trionfo. Erano rimasti solo gli operai che dovevano smontare il palco della cerimonia. Si erano rotti i coglioni di aspettare a noi e hanno cominciato a insultarci. Allora capimmo che avevano smontato il traguardo, quei cornuti! A me per non farmi vincere mi mettevano i chiodi sul percorso. Io bucavo e giustamente non vincevo. Se non fosse stato per l’invidia, sarei stato imbattibile! Provvidenza (la sua fidanzata) mi diceva: “Arrivi sempre ultimo”. Poi mi lasciò e non volle sapere più niente di me. A dire il vero, mi sono preso un gran dispiacere per questo. Non mangiavo né dormivo più, però continuavo a correre nelle gare e ad arrivare ultimo. Durante le corse, pure Rubino mi superava, ma a me non interessava. Io pensavo solo a Provvidenza mentre corro. E chi mi ferma, a me? Prima o poi, ci devo riuscire a vincere, anche una volta sola! Gliela farò vedere a Provvidenza chi è Tirone! Chissà se ci ripensa e torna con me. Chissà se è ancora signorina come me. Chissà se è viva. Ma questa corsa non finisce mai? Dove diavolo l’hanno spostato il traguardo? Dove sono? Mi hanno fatto un altro scherzo? A questa finestra si affacciava Provvidenza… Come mai è chiusa? Se non mi avessero messo i chiodi lungo il percorso, Bartali e Coppi “a mia, m’avissiru sucatu”».

LA GUERRA
(da Totò e Vicè)
Nella Palermo del maggio del 1943, una fantasmatica Prostituta (Aurora Falcone) rievoca il momento del bombardamento aereo che ha distrutto la sua casa: il primo allarme (quando anche gli uccelli erano rimasti senza fiato), la corsa al ricovero e la tempesta di fuoco, quando i gatti si gettavano dai tetti e sembrava che il mondo intero bruciasse davanti agli occhi dei testimoni. “Poi – dice la donna – ci siamo sciolti come se fossimo di cera. Gli occhi privi di pupille vedevano ancora e i pensieri si attaccavano disperatamente alle ossa. Ogni umana passione si dissolse. Mai il cielo ci era parso più bello”.

IL COMIZIO
(da Totò e Vicè)  
Totò (Melino Imparato) è impegnato in un comizio che evoca la Palermo dei poeti di strada alla Giuseppe Schiera. Prende in giro Mussolini che controllava chi aveva i piedi sporchi e i figli della Lupa che prendevano a sassate i tedeschi. Evoca la povertà del dopoguerra, quando in città arrivò il mercato nero che fece scomparire dalle bancarelle il vino e la gazzosa (e ci si consolò bevendo petrolio). Racconta quando si volle coprire la nudità delle statue portandole tutte “e Bagn’Italia” (in vacanza, fuori città), “mentre a noi poeti ci rinchiusero in manicomio”. L’ultima evocazione riguarda i bombardamenti del ’43 quando per entrare nei rifugi bisognava pagare cinque lire, altrimenti si restava sotto le bombe, e ai mutilati di guerra promisero la pensione. Interviene Vicé (Ernesto Tomasini) che aggredisce Totò definendo “fisserie” tutto quello che dice (“Stasera riempiamo le bacinelle di sangue” – minaccia). L’altro finge di reagire e Vicé lo riempie di botte. Poi i due fanno pace finché, come in un sogno, piovono dall’alto delle monete. All’inizio Vicé le raccoglie fino a confondersi, poi si chiede se quei soldi servono davvero a qualcosa. Totò lo incoraggia, sicuro che il tavernaio non li farà pagare. Cantando, i due si recano alla taverna, convinti di poter bere gratuitamente fino allo sfinimento (“Se io avessi creato il vino, lo avrei fatto piovere dal cielo!”).

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