Dopo Tutto Sua Madre del francese Guillaume Gallienne, Gianluca Ferrato, ancora una volta diretto da Roberto Piana, atterra nel mondo del grande Alan Bennett, autore di elegante e sottile perfidia, che ne La cerimonia del massaggio mescola sacro e profano, corpo e spirito, cinismo e pìetas con la sapienza di un grande narratore e la leggerezza di un enfant terrible. Dalle pagine del romanzo breve di Bennett, un po’ black comedy e un po’ pamphlet satirico, un monologo torrenziale, tragicomico e irriverente che è anche e soprattutto la parabola di un uomo che fronteggia, esplora e infine accoglie il desiderio carnale, trovandogli un posto dentro di sé dopo aver attraversato l’imbarazzo, la paura e in un certo senso anche la morte. Commedia e dramma si rincorrono e si prendono in giro a vicenda in una scrittura, come sempre in Bennett, pungente e raffinata.
Padre Geoffrey Jolliffe pratica il sacerdozio in virtù di un solido e personalissimo compromesso tra fede e sessualità. Ma quando il caro estinto da commemorare è Clive, massaggiatore “dei vip” dal tocco miracoloso, la funzione religiosa diventa per Padre Geoffrey un’immersione nelle sue stesse profondità, nel desiderio e nell’istinto, questioni che gli sono oscure, o quasi, avendo avuto lui stesso incontri intimi con Clive, lui come – a quanto pare – gran parte della fauna mondana e dissoluta che popola la chiesa per l’occasione. Un dubbio sulla causa della morte del massaggiatore getta un’ombra sulla celebrazione: il rischio di essere stati contagiati da una malattia infettiva durante quelle sedute “taumaturgiche” stringe prete e convenuti nella morsa del panico.
Alan Bennett
Alan Bennett è una delle voci più riconoscibili della drammaturgia britannica contemporanea, capace di fondere humour, malinconia e un’acuta osservazione del quotidiano.
Drammaturgo, sceneggiatore, attore e scrittore cresciuto in una famiglia modesta, ha sempre nutrito un’enorme curiosità per la vita, la classe sociale e le tensioni culturali nel Regno Unito.
Dopo la laurea in storia, negli anni Sessanta Bennett partecipa a Beyond the Fringe, una revue satirica che co-scrive e interpreta insieme a Dudley Moore, Jonathan Miller e Peter Cook. Lo spettacolo riscuote grande successo a Edimburgo, Londra e New York.
La sua drammaturgia, all’apparenza semplice, è in realtà un sofisticato esercizio di ascolto: Bennett dà voce a ciò che di solito resta ai margini, trasformando la quotidianità in materiale teatrale di rara finezza.
Dopo l’esperienza satirica di Beyond the Fringe, che lo impose all’attenzione del pubblico, Bennett sviluppa una scrittura limpida, ironica e profondamente compassionevole verso personaggi spesso marginali o silenziosi.
Il suo debutto teatrale, Forty Years On (1968), combina memoria personale e ritratto sociale. Tuttavia, la sua cifra più originale viene svelta con i monologhi televisivi di Talking Heads, che successivamente adatta per il teatro: voci solitarie che, attraverso confessioni intime e spesso involontariamente comiche, restituiscono un’umanità fragile e autentica.
Negli anni Novanta, con The Madness of George III, Bennett intreccia storia e psicologia, in un dramma che offre uno sguardo pietoso sulla vulnerabilità del potere, con comicità. L’opera, grazie anche alla sua versione cinematografica, ha implementato la fama internazionale dell’autore.
The History Boys (2004), con una struttura dialogica vivacissima e una sopraffina costruzione dei personaggi, rappresenta il suo maggiore successo teatrale nel momento di maturità del proprio linguaggio scenico: un testo corale, brillante e malinconico, che riflette sui rapporti fra insegnamento, desiderio e memoria, e sul conflitto fra cultura e pragmatismo nell’istruzione britannica.
Opere come The Lady in the Van, The Habit of Art e molti testi per la radio e la televisione confermano la sua inclinazione per figure eccentriche, per le dinamiche della solitudine e per un umorismo sempre intriso di tenerezza.












