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USCITA DI EMEREGENZA
di Manlio Santanelli
regia Alfio Scuderi
con Vincenzo Ferrera, Nando Paone
musiche originali Roy Paci
scene Enzo Venezia
costumi Roberta Mattera
luci Luigi Biondi e Omar Scala
assistente alla regia Antonio Turco
assistente alle scene Ignazio Lo Manto
suggeritrice Eleonora Fardella 
direttore di scena Alessandro Amatucci
datore luci Alessandro Messina
audio Alessandro Innaro
macchinista Marco Di Napoli
foto di scena Ivan Nocera

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

recupero stagione 2025/2026

Dichiara Alfio Scuderi: «La scrittura di Manlio Santanelli mi ha colpito già dalla prima lettura per il suo stile diretto e poetico al tempo stesso, per l’ironia e per l’equilibrio tra dramma e commedia che è la cifra di Uscita di emergenza. Manlio Santanelli è un autore moderno, dinamico, vivace; un autore che, pur attingendo alla grande tradizione teatrale della sua città, guarda alla drammaturgia contemporanea europea. Se in Italia la commedia ha avuto, ingiustamente, un posto marginale in teatro, i testi di Manlio Santanelli provano a buon diritto a ribaltare quel pregiudizio un po’ snob e meritano un’attenzione di primo piano. Uscita di emergenza è una commedia perfetta nella struttura, nel ritmo e anche nella densità dei dialoghi.  Per questo penso che valga la pena tornare a metterla in scena oggi, come si fa con uno di quei classici che è sempre bello ritrovare e riscoprire in un nuovo allestimento, con una nuova lettura e nuovi attori.  Vedo nel testo anche una forte attualità, non solo per la cronaca legata a quel terremoto che condiziona, oggi come ieri, i due protagonisti nella loro idea di instabilità e isolamento, ma anche per quella precarietà che sta alla base della storia: precarietà che oggi avvolge il nostro mondo devastato da guerre e disagi, da squilibri e disumanità, un mondo che si muove tra terremoti di ogni genere. E proprio nel modo in cui quell’incertezza e quella precarietà esistenziale vengono esorcizzate con l’ironia dall’autore sta la natura più profonda, più attuale e interessante del testo. Sono queste le ragioni che mi hanno spinto a proporre e a mettere in scena oggi un testo che Manlio Santanelli ha scritto nel 1978 e che ha visto una prima edizione proprio al San Ferdinando nel 1980. Per questo viaggio nella scrittura di Santanelli ho pensato a due complici, due speciali compagni di viaggio, che sono sicuro potranno dare il loro meglio con le parole dell’autore: Vincenzo Ferrera e Nando Paone, due attori che si muovono con grande disinvoltura tra commedia e dramma, tra comicità e poesia, due attori con cui sarà bello ritrovarsi a “giocare”, a indagare, a esplorare il testo di Santanelli. Il terzo protagonista in scena sarà la musica di Roy Paci, a cui ho chiesto di immaginare delle sonorità che si inseriscano nell’instabilità, nella precarietà del nostro terremoto reale e mentale, fisico e metafisico. Anche le scene di Enzo Venezia, scenografo con cui ho condiviso spesso il mio percorso artistico, sono state immaginate pensando a una sospensione, a un’assenza quasi lunare, e questo vale anche per i costumi di Roberta Mattera e le luci di Luigi Biondi e Omar Scala.
Infine voglio dedicare questo nuovo allestimento dell’opera, che ritorna al San Ferdinando grazie alla produzione del Teatro di Napoli, a Melina Balsamo,una persona a me cara, grande organizzatrice teatrale che produsse la prima edizione di Uscita di emergenza nel 1980, contribuendo al successo ed alla vita di questo testo e che un po’ di anni fa per prima me lo ha fatto scoprire».

Uscita di emergenza di Manlio Santanelli

Brevi note di regia attraverso 10 parole e una poesia.

La sospensione. Un tempo e un luogo sospesi, due uomini anche loro sospesi tra sogno e realtà, tra vita e morte, tra passato e presente.

Fuori e dentro. Fuori ci sono tutti i terremoti possibili: il clima, la guerra, la povertà, le pandemie. Dentro ci sono due uomini chiusi fuori dal mondo, che non riescono o non possono uscire. Il terremoto li condiziona: il terremoto è fuori, ma è anche dentro di loro, e scandisce il tempo che passa, un tempo che sembra infinito.

L’instabilità. Un piano inclinato, instabile, sospeso nel vuoto, che una frattura molto visibile al centro separa in due parti. Un ring in cui due “pugili” si scontrano a suon di parole. Due uomini instabili, in uno spazio instabile, parlano, si confrontano, si battono.  Due clown dentro il loro piccolo circo: uno dà le botte per finta, l’altro le prende.

La solitudine. Ognuno in realtà è da solo nel suo mondo senza riuscire a superare i propri limiti, le proprie fobie, i propri fantasmi.

L’attesa. Due uomini aspettano che succeda qualcosa che possa liberarli da una condizione di attesa claustrofobica, ma cosa? Aspettano una notizia che arrivi da fuori? Aspettano il terremoto? Aspettano la morte? O sono già morti?

Il vuoto. Al centro di tutto, il vuoto: due uomini che hanno perso tutto si ritrovano a possedere soltanto le loro parole, la loro ironia, con cui provano a esorcizzare la vita e la morte.

L’equilibrio. Cercare un punto di equilibro tra dramma e commedia, tra tradizione e contemporaneità. Cercare di stare in equilibrio su una “terra” che si muove e che fa perdere l’equilibrio fino all’ultima battuta.

L’amarezza. Indagare l’amarezza di due uomini che cercano una via di fuga dalla loro vita, l’amarezza di chi fa i conti con il proprio passato.

L’inagibilità. Una casa inagibile, crepata, precaria e in essa due uomini incapaci di agire, “inagibili” come il luogo che abitano.

A partire da quest’ultima parola ho suggerito agli attori come spunto di riflessione una bellissima poesia di Franco Arminio Inagibili: una piccola guida per il lavoro sui due personaggi.

Alfio Scuderi

Inagibili di Franco Arminio

L’uomo inagibile è come una casa colpita dal terremoto. Non è caduta, ma è pericoloso starci dentro, è, appunto, inagibile.
Il terremoto che rende inagibili gli umani in genere si verifica nell’infanzia. Non è detto che il terremoto è quello che ci raccontiamo noi ricostruendo la nostra da vita da soli o con l’aiuto di un analista. Il terremoto di cui parlo è molto misterioso, è qualcosa di diverso dal trauma.

Gli inagibili sono inquieti di lungo corso, con l’aggiunta di tremori feroci e improvvisi.

Le persone rotte temono di cadere, magari per un nuovo terremoto anche lieve. E il timore ancora più grande è la sensazione di essere irreparabili. Se chiudi una crepa se ne apre un’altra. Se la nascondi se ne aprono tantissime. Non sei più un essere umano ma un allevamento di crepe.
L’unico sollievo possibile per chi è inagibile è trovare persone con gli stessi problemi e farsi compagnia.
Tu pensi di essere una sventura particolare e invece ti accorgi che è proprio la condizione umana ad essere inagibile.
E allora ti ritrovi fratello di gente che ti sembrava incolume e vigorosa. Tutta apparenza.

La verità è che da tempo gli esseri umani sono divenuti inagibili o forse lo sono sempre stati.
Siamo bruciati dalla vampa del venire al mondo e passiamo la vita dentro questa vampa fino a diventare cenere.
La salute può venire solo dalla resa al nostro destino.
La farfalla paga il suo prezzo a essere farfalla, la pietra paga il suo prezzo a essere pietra.
Noi siamo vivi perché siamo inagibili.
Se fossimo saldi e senza crepe non saremmo carne viva ma calcestruzzo.

Ricordiamo che i possessori dei biglietti potranno utilizzare il titolo già acquistato per le nuove date dello spettacolo.

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