“Mi sono sempre chiesto se l’anima degli uomini violentemente strappati alla vita continui a vagare tra di noi in attesa che qualcuno gli spieghi cosa è successo”. Fausto Russo Alesi,
nelle sue note di regia dedicate a questo spettacolo, inizia così a raccontare il caso Notarbartolo, come un forte esempio di Teatro Civile che, attraverso la scrittura di Dacia
Maraini, restituisce una sospensione poetica sul primo “delitto eccellente” di mafia alla fine dell’Ottocento. Al centro del racconto ci sono quei “giusti” costretti a pagare per la loro
ostinazione nel difendere valori etici e morali: la verità. La storia di Emanuele Notarbartolo diventa così il simbolo di tutti coloro che hanno pagato con la vita il loro “oltraggio” di non
scendere mai a compromessi, in un contesto segnato da interessi finanziari, collusioni, cattivo governo e malaffare che si interfaccia con la politica alle spalle del cittadino
onesto. “Lì dove l’ingiustizia vince privando i sopravvissuti di ogni speranza, si fa spazio la tragica attesa… di quel momento in cui arriverà una consapevolezza implacabile, quella
in cui guardare in faccia le contraddizioni degli esseri umani, quella in cui, come sostiene Giovanni Pascoli nella drammatica lettera di vicinanza alla famiglia Notarbartolo, nessuno
potrà portare indietro…. colui che non ritorna”. Una riflessione che attraversa il tempo e richiama inevitabilmente figure come Falcone e Borsellino e molti altri, ricordandoci che,
proprio come affermava Giovanni Falcone, la mafia ci somiglia. “Mescolando tragico e comico, atti processuali e dichiarazioni d’amore, lo spettacolo prova ad abitare una terra
di mezzo tra la vita e la morte: un luogo in cui la memoria vive ancora, il tempo si sospende ed un coro mortifero e occulto opera impietoso.
Vorrei costruire uno spettacolo in cui l’epicità e il naturalismo si intreccino passando per un feroce grottesco, dove la poesia, il sarcasmo malinconico e il cinismo possano abbracciarsi
e forse conciliarsi sotto una pioggia che feconda la terra nella simbolica speranza che quell’albero dei giusti, segato e senza vita, da qualche parte possa ancora rinascere”.
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