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NOTARBARTOLO, UN UOMO GIUSTO
di Dacia Maraini
regia Fausto Russo Alesi
con (in o.a.) Rita Abela, Gennaro Apicella, Raffaele Ausiello, Sem Bonventre, Riccardo Ciccarelli, Eletta Del Castillo, Luigi Diberti, Simone Di Meglio, Salvo Drago, Filippo Luna, Ivana Maione, Marcello Manzella, Vincenzo Pirrotta, Aurora Quattrocchi, Fausto Russo Alesi
scene Marco Rossi e Francesca Sgariboldi
costumi Eleonora Rossi
musiche originali Fabio Massimo Capogrosso
movimenti coreografici Alessio Maria Romano
disegno luci Max Mugnai
assistente alla regia Arianna Sorci
assistente di scena Michele Marullo
assistente ai costumi Federica Famà

produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale

Mi sono sempre chiesto se l’anima degli uomini violentemente strappati alla vita continui a vagare tra di noi in attesa che qualcuno gli spieghi cosa è successo, in attesa che qualcuno li tranquillizzi nel dirgli che non hanno fatto nulla se non dedicare ogni loro giorno a difendere i loro valori etici e morali: la verità.
Il caso Notarbartolo ricostruito magnificamente da Dacia Maraini è un forte esempio di Teatro Civile che con perizia scientifica e partecipazione emotiva ci restituisce una sospensione poetica sul primo “delitto eccellente” di mafia alla fine dell’Ottocento. Chi era Emanuele Notarbartolo? Chi erano suo figlio Leopoldo, chi sua moglie Marianna? Chi l’amico e avvocato Marchesano? E chi la dolce segretaria Agata? Chi sono quei “giusti” costretti a pagare per la loro ostinazione? E chi i sopravvissuti che devono portare il peso della loro assenza?
Un uomo giusto credo sia colui che con integrità morale, trasparenza e onestà intellettuale persegue un ideale di giustizia e si fa servitore di una causa per il bene pubblico. Ma la cosa pubblica, che, come diceva Giacomo Ulivi nella sua lettera da condannato della resistenza europea, «siamo noi… è noi stessi», è invece ciò che facciamo sempre più fatica a cercare o a difendere.
La nostra Storia ci mostra senza filtri quanto l’essere umano abbia bisogno sempre di ripartire dal Male per riaffermare nuovamente l’esigenza del Bene, dimenticando troppo facilmente il sangue delle vittime e il dolore di chi li piange. Notarbartolo, Falcone, Borsellino, così come Moro, Ambrosoli e tanti altri che negli anni hanno sempre pagato con la vita il loro operato, il loro “oltraggio” di non scendere mai a compromessi e allo stesso tempo la lunghissima perseveranza oscura dei Raffaele Palizzolo (mandante poi inspiegabilmente assolto), i Sindona, i Riina, i Messina Denaro e molti altri che sono riusciti a portare nella tomba tutti i loro indicibili segreti, contaminando la terra della loro ferocia e alimentando radici sempre più difficili da estirpare.
Dacia Maraini ci fa conoscere con passione Emanuele Notarbartolo e attraverso una dolorosa ricostruzione post-mortem ci fa addentrare in quegli anni, in quel contesto sociale e nei suoi divari, negli interessi politici, le collusioni, le trattative, il cattivo governo, i primi semi di future logge massoniche, la gestione scellerata degli istituti di credito e delle imprese statali, del malaffare che si interfaccia con la politica sostenendola alle spalle del cittadino onesto, o con la complicità di chi può trarne vantaggio. «La mafia ci somiglia», affermerà Giovanni Falcone: non dobbiamo dimenticarlo!
Le storie ingiuste e i delitti atroci si sono poi purtroppo riproposti negli anni a seguire da quel 1° febbraio 1893 e gli spettri della storia si sono man mano moltiplicati: magistrati, politici giornalisti, imprenditori, poliziotti, carabinieri, uomini di legge che non potranno mai accettare, in qualunque luogo adesso si trovino, che il loro sacrificio sia stato vano. Chi avrà il coraggio di dirglielo?
E lo Stato? La domanda è d’obbligo: perché li ha lasciati soli?
Lì dove la corruzione si intreccia con la politica, con la finanza, con l’economia, lì dove l’ingiustizia vince privando i sopravvissuti di ogni speranza, si fa spazio una tragica attesa… di quel momento in cui arriverà una consapevolezza implacabile, quella in cui guardare in faccia le contraddizioni degli esseri umani, quella in cui, come sostiene Giovanni Pascoli nella drammatica lettera di vicinanza alla famiglia Notarbartolo, nessuno potrà portare indietro «Colui che non ritorna».
Mescolando tragico e comico, atti processuali e dichiarazioni d’amore, attraverso il rito laico del Teatro proveremo ad abitare una terra di mezzo tra la vita e la morte: un luogo in cui la memoria vive ancora, il tempo si sospende ed un coro mortifero e occulto opera impietoso.
Proverò a costruire uno spettacolo in cui l’epicità e il naturalismo si intreccino passando per un feroce grottesco, dove la poesia, il sarcasmo malinconico e il cinismo possano abbracciarsi e forse conciliarsi sotto una pioggia che feconda la terra nella simbolica speranza che “quell’albero dei giusti”, segato e senza vita, da qualche parte possa ancora rinascere.
Ringrazio di cuore Roberto Andò, il Teatro di Napoli, il cast potente e tutta la squadra di meravigliosi collaboratori per questo viaggio emozionante che ci fa anelare un risanamento morale e universalmente inteso. Ringrazio infine per questo grande privilegio di poter abitare la scrittura autorevole ed autentica di una integerrima intellettuale come Dacia Maraini.
Fausto Russo Alesi

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