Il progetto nasce dall’incontro con la Poetry Slam, competizione in cui i poeti si sfidano recitando le loro poesie, giudicati con dei numeri da un pubblico. Il desiderio di essere visto e la paura di essere giudicato sono due forze opposte che vibrano in , racconta Emanuele D’Errico, e mi fanno tremare come un bambino che sale sulla sedia durante il pranzo di Natale per dire la poesia che ha imparato. Eccitazione e terrore.
L’essere umano, per sua natura, è sempre sotto giudizio? Come influisce il giudizio sulla sua esistenza? Da queste domande è partita l’indagine che ha coinvolto, oltre che la compagnia, anche una comunità di persone che, spontaneamente, hanno contribuito e stanno contribuendo a nutrire l’immaginario che compone la drammaturgia. All’interno di un linguaggio postdrammatico, l’apparente “Io” del performer in realtà è un mosaico composto da una moltitudine di storie legate da un unico tema: l’Universale Giudizio.
Nella ricostruzione dell’eterno tribunale interiore, il pubblico è parte integrante, mentre il performer è imputato e giudice, accusa e difesa. Il processo attraversa temi esistenziali quali: la famiglia, la religione, l’amore fino ad arrivare all’unico verdetto possibile, ovvero la morte. l<’unico verdetto possibile, ovvero la morte.
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