DAL 21 GENNAIO AL TEATRO MERCADANTE IL GABBIANO REGIA FILIPPO DINI CON GIULIANA DE SIO E FILIPPO DINI

Comunicato stampa del 19 Gennaio 2026

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      DAL 21 GENNAIO AL TEATRO MERCADANTE IL GABBIANO REGIA FILIPPO DINI CON GIULIANA DE SIO E FILIPPO DINI

      19/01/2026

      comunicato stampa

      Da mercoledì 21 gennaio a domenica 1 febbraio

      sul palcoscenico del Teatro Mercadante

      GIULIANA DE SIO e FILIPPO DINI

      affiancati da un affiatato cast di attori

      sono gli interpreti de IL GABBIANO di Anton Čechov

      con la regia dello stesso Filippo Dini

      «L’immortalità di questo testo, e la sua bruciante contemporaneità, stanno nella descrizione di un’umanità alla fine: una società sull’orlo del baratro, che percepisce l’arrivo di un’apocalisse destinata a spazzare via il mondo così come lo abbiamo conosciuto». (Filippo Dini)

      Forte dell’applaudito debutto nazionale dello scorso novembre al Teatro Verdi di Padova, arriva al Teatro Mercadante di Napoli da mercoledì 21 gennaio a domenica 1 febbraio l’allestimento firmato dal  regista e attore Filippo Dini de IL GABBIANO di Čechov (1895) nella traduzione di Danilo Macrì.

      In scena, con Filippo Dini nel ruolo di Boris Aleskseevič Trigorin e la nota attrice di cinema, teatro e tv Giuliana De Sio in quello di Irina Nikolaevna Arkadina, recitano Giovanni Drago (Kostantin Gavrilovič Treplev), Valerio Mazzucato (Petr Nikolaevič Sorin), Virginia Campolucci (Nina), Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), Angelica Leo (Polina Andreevna), Enrica Cortese (Maša), Fulvio Pepe (Evgeneij Sergeevič Dorn), Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko).

      Le scene sono di Laura Benzi, i costumi di Alessio Rosati, le luci di Pasquale Mari, le musiche di Massimo Cordovani, foto di scena e video di Serena Pea.

      La regia della scena “lo spettacolo di Kostja” è di Leonardo Manzan. Dramaturg e aiuto regia è Carlo Orlando. Lo spettacolo è una produzione del TSV–Teatro Nazionale, in coproduzione con Teatro di Napoli–Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino–Teatro Nazionale, Teatro di Roma–Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano. Si ringrazia per la preziosa collaborazione Fabbro Lamecca Design.

      Durata: 2h e 30’ più intervallo.

      IL GABBIANO

      Testimonianza dell’assurdità del destino umano, Il gabbiano è uno dei testi più cinici e contemporanei di Čechov, che con bruciante attualità racconta di un’umanità sull’orlo del baratro, alla costante ricerca di un fioco baglior di speranza mentre resiste con tutte le forze alla malinconia, alla tristezza, alla rassegnazione. 

      In riva a un lago, un gabbiano sorvola e osserva un gruppo di persone, ma viene ucciso nel modo più vile. L’uccello cade esanime al suolo, e con lui precipita il destino degli uomini. A terra si consuma la grigia sorte dell’umanità, impossibilitata nel migliorarsi e consacrare le sue ambizioni. Sulla scena si trova un gruppo di persone, un’umanità in miniatura, di diverse età e collegate tra loro da vincoli, di parentela e non. Sono casualmente riuniti e iniziano a dibattere: fra le diverse storie che si intersecano emerge la vicenda di un giovane, Kostja, che desidera risollevarsi dal grigiore della vita attraverso l’arte della scrittura.

      È sostenuto e infiammato dall’amore per Nina, sua coetanea che sogna di diventare attrice, e fomentato dal tentativo di opporsi con veemenza e passione alla madre, una famosa attrice, fidanzata con un importante scrittore assai più giovane di lei. Ma tutto precipita quando il giovane uccide il gabbiano, segnando un punto di non ritorno nel destino degli uomini per cui parlare di salvezza diventa impossibile. I personaggi di Čechov precipitano inesorabilmente, la loro fiducia diventa speranza cieca e disillusa quando i loro intenti falliscono e si scontrano con l’amore non corrisposto, i sogni che si infrangono nella concretezza del quotidiano e il senso di vuoto generato dall’imminente fine della società com’è conosciuta. Filippo Dini sceglie al suo fianco Giuliana De Sio per misurarsi con la drammaturgia del grande autore russo, e per raccontare di come accada che le nostre migliori energie, i nostri più luminosi talenti, il nostro amore più appassionato, vengano stravolti e corrotti secondo le leggi della società in cui tentiamo di esprimerli. 

      Locandina spettacolo

      Il gabbiano

      di Anton Čechov

      regia Filippo Dini

      personaggi e interpreti

      Irina Nikolaevna Arkadina        Giuliana De Sio

      Kostantin Gavrilovič Treplev     Giovanni Drago

      Petr Nikolaevič Sorin                 Valerio Mazzucato

      Nina                                          Virginia Campolucci

      Il’ja Afanas’evič Šamraev        Gennaro Di Biase

      Polina Andreevna                    Angelica Leo

      Maša                                        Enrica Cortese

      Boris Aleskseevič Trigorin           Filippo Dini

      Evgeneij Sergeevič Dorn          Fulvio Pepe

      Semen Semenovič Medvedenko Edoardo Sorgente

      regia della scena “lo spettacolo di Kostja” Leonardo Manzan

      dramaturg e aiuto regia Carlo Orlando

      traduzione Danilo Macrì

      scene Laura Benzi

      costumi Alessio Rosati

      luci Pasquale Mari 

      musiche Massimo Cordovani

      foto e video Serena Pea

      produzione TSV – Teatro Nazionale, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano.

      Si ringrazia per la preziosa collaborazione Fabbro Lamecca Design

      durata: 2h e 30’ più intervallo

      Info: www. teatrodinapoli.it

      Biglietteria: tel. 081.5513396 | e.mail: biglietteria@ teatrodinapoli.it

      Orari: lunedì > sabato dalle 10:30 alle 19:00; domenica e festivi dalle 10:30 alle 13:00;
      da un’ora prima di ogni spettacolo.

      NOTE DI REGIA

      Mai si deve mentire. L’arte ha questo di particolarmente grande: non tollera la menzogna. Si può mentire in amore, in politica, in medicina; si può ingannare la gente, persino Dio; ma nell’arte non si può mentire…

      Mi si rimprovera di scrivere solo di avvenimenti mediocri, di non avere eroi positivi; ma dove trovarli? Non chiederei di meglio! …

      Tutti, sinchè siamo giovani, cinguettiamo come passeri sopra un mucchio di letame; a quarant’anni siamo già vecchi e cominciamo a pensare alla morte. Che specie di eroi siamo?…

      Volevo solo dire alla gente in tutta onestà: guardate, guardate come vivete male, in che maniera noiosa. L’importante è che le persone comprendano questo; se lo comprenderanno, inventeranno sicuramente una vita diversa e migliore. L’uomo diventerà migliore quando gli avremo mostrato com’è.

      (Anton Čechov – da una lettera ad Aleksej Suvorin)

      «Un giorno, mentre cacciava con Čechov nel bosco, Levitan (pittore, suo amico) ferì una beccaccia e, non avendo il coraggio di finirla, chiese all’amico di farlo in vece sua. I grandi occhi neri dell’uccello guardavano stupefatti l’uomo che l’aveva appena abbattuta. Battendo le palpebre, il viso stravolto da una smorfia di colpevolezza, Levitan supplicò: «Fracassale la testa sul calcio del fucile!». Dapprima Čechov rifiutò; poi vinto dalle insistenze del pittore, uccise la beccaccia. Confessò a Suvorin: «Vi furono così nel mondo un’incantevole e tenera creatura in meno e due imbecilli che sono rientrati a casa e si sono seduti a tavola».

      Pare che questo episodio, accaduto pochissimo tempo prima che il nostro autore iniziasse a scrivere Il gabbiano, lo abbia così impressionato da meritare una sua degna sublimazione nell’opera, proprio a metà del secondo atto, quando Kostja decide di uccidere vilmente un gabbiano, per portarlo come macabro omaggio alla sua innamorata.

      La storia de Il gabbiano è molto nota: un gruppo di persone, di diverse età e collegate tra loro da vincoli di parentela e non, si riuniscono casualmente in una casa di campagna in riva a un lago e qui dibattono per tre atti, nel tentativo di fuggire al grigiore del loro destino. Fra le diverse storie che si intersecano nella piece, emerge con prepotenza, la vicenda di un giovane ragazzo che desidera risollevarsi da quel grigiore, attraverso l’arte della scrittura, sostenuto e infiammato dall’amore per una sua coetanea, che sogna di diventare un’attrice, e fomentato dal tentativo di opporsi con veemenza e passione alla madre, una famosa attrice, fidanzata con un importante scrittore assai più giovane di lei.

      La commedia nei primi tre atti, si sviluppa attraverso una sorta di parabola discendente, che precipita nel gorgo dell’illusione. Parte nella gioia, nella passione, nell’eccitazione divertita e gioiosa del gioco, parte con il Teatro, nel primo atto Kostja mette in scena un testo che ha appena scritto, lo presenterà al mondo, e a recitarlo sarà la sua innamorata, che sogna di fare l’attrice. Come dice il maestro, innamorato di Masa: «Questa sera le loro anime nell’ansia di dar corpo a una stessa identica immagine, una di quelle immagini di cui vive l’arte, diventeranno un’anima sola». Non succederà, lo spettacolo finirà prima del previsto, perché sarà lo stesso autore/regista ad interromperlo, poiché infastidito dai commenti del pubblico, in particolare da quelli di sua madre. Tutto, da questo momento in poi, precipiterà abbastanza velocemente, fino a culminare nel punto più oscuro e terribile della vita di ognuno di noi, quell’istante in cui ciò che era desiderato e auspicabile, solo sognato e irraggiungibile, che si tratti di un amore o di un’ambizione professionale o artistica (Čechov sembra farli procedere sempre insieme), per la prima volta si delinea nella nostra mente e nel nostro cuore, come irrinunciabile e possibile, è il giorno in cui diciamo a noi stessi che non si potrà tornare indietro, è il giorno in cui i nostri sogni stanno per diventare il nostro domani.

      Qui Čechov chiude il terzo atto: Medvedenko sposerà Masa, Trigorin e l’Arkadina ripartiranno per Mosca, Kostja diventerà uno scrittore, Nina diventerà un’attrice, e inizierà una relazione con Trigorin.

      Il quarto atto, che costituisce un racconto autonomo e indipendente, anche cronologicamente, poiché si svolge due anni dopo i precedenti, narra di come tutti i tentativi e le pulsioni di riscatto messe in atto da parte di tutti i personaggi, si siano scontrate contro il muro della quotidianità e abbiano modificato le vite di tutti, trasformandole in orribili esistenze colme di rimpianti, e su tutte, a simbolo di questo tragico fallimento, il giovane Kostja, dopo un ultimo confronto con la sua amata (quell’amore che fu generatore di tutto), decide di togliersi la vita. In realtà il dottore, dopo aver sentito lo sparo, andrà a controllare, verificherà che effettivamente il ragazzo si è ucciso, ma per non far preoccupare la madre dirà che il rumore è stato provocato dallo scoppio di una boccetta di etere (usato all’epoca come anestetico). Čechov sembra suggerirci un lieto fine: Konstantin è morto e rinato, ha mutato la sua forma, ha sublimato la propria condizione giunta al termine, l’ha spinta oltre i confini del tempo e della materia, passando dalla forma umana a quella gassosa, rinascendo come un essere vivente nuovo, più leggero, liberato per sempre dal peso dei suoi fallimenti.

      Il nostro autore sembra voler precipitare, in maniera inesorabile e priva di speranza, ciascuno dei suoi personaggi, nell’impossibilità di realizzare un personale miglioramento nella vita o la  consacrazione delle proprie ambizioni. L’intero dramma è una testimonianza dell’assurdità del destino umano. Sembra non esistere progetto grandioso che non sia votato, prima o poi, all’insuccesso; come dovesse occorrere un’energia sovrumana per gettare una passerella sull’abisso che separa il sogno dalla realtà.

      O meglio, credo voglia indicarci in che modo, secondo quali principi e per quali cause, le migliori e più nobili pulsioni sono destinate a fallire.

      La vicenda si svolge in un non luogo ai confini del mondo, popolato da un piccolo gruppo di esseri speciali per la loro impossibilità a convivere. Čechov sembra voler rappresentare una metafora di tutta l’umanità; come in un esperimento, mette insieme dieci esseri che, se inseriti nello stesso ambiente vitale, se fatti interagire, non potranno far altro che soccombere e fallire nei loro intenti.

      Per rendere questo esperimento ancora più efficace, lo riempie d’amore e di sogno: il maestro Medvedenko ama Masa, ma lei ama Kostja, che a sua volta ama Nina; sia Nina che l’Arkadina (la madre di Kostja), amano Trigorin; Polina ama il dottor Dorn; Samraev (marito di Polina) odia tutti, Trigorin probabilmente non ama nessuno e il dottor Dorn forse ama l’umanità intera, ma comunque nessuno ricambia l’amore del suo/sua innamorato/a, non c’è nessun «amor, ch’a nullo amato amar perdona» in questa commedia, ogni amore è destinato a cadere nel nulla, nell’indifferenza, in alcuni casi nella disperazione.

      Questa umanità in miniatura ci racconta di come possa accadere che le nostre migliori energie, i nostri più luminosi talenti, il nostro amore più appassionato, possano tutti essere stravolti e corrotti secondo le leggi del consorzio umano nel quale tentiamo di esprimerli. L’allegra comitiva de Il gabbiano, pur partendo con le migliori intenzioni, si dirige verso l’oblio, inesorabilmente. E ad osservarli c’è appunto un animale (che dà il titolo alla commedia) strano e contraddittorio, aggressivo e nobile nell’aspetto, elegante e volgare, un uccello attratto dalle acque del lago, che vola sulle loro teste, li osserva (come il pubblico che assiste allo spettacolo), ma ad un certo punto viene ucciso nella maniera più vile.

      L’immortalità di questo testo e la sua bruciante contemporaneità sta proprio nella descrizione di una “umanità alla fine”, una società sull’orlo del baratro, che avverte l’arrivo di un’apocalisse, che di lì a poco spazzerà via tutto il mondo per come lo abbiamo conosciuto fino a quel momento, di lì a vent’anni, infatti, ci sarà la Rivoluzione, e anch’essa sarà causa o effetto (a seconda dei casi) di tante rivoluzioni in Europa.

      Tutta la drammaturgia di Čechov racconta una fine imminente, i suoi personaggi sono un popolo di ombre che tentano di resistere con tutte le loro forze alla malinconia, alla tristezza, al rammollimento cerebrale, lottano, si scontrano, si sparano, tra di loro e a se stessi, cercando di non soccombere. Le somiglianze con la nostra epoca sono straordinarie e sconfortanti, come se il nostro Anton ci guardasse da lontano con quel sorriso e quell’ironia che gli sono certamente congeniali, nell’attesa che anche la nostra società, il nostro mondo, il nostro folle modo di condurre le nostre esistenze, arrivi all’esplosione, proprio come la boccetta di etere del dottor Dorn».

      Filippo Dini

      Questa notizia è stata pubblicata lunedì 19 Gennaio 2026 (12:26)

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