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ALCESTI
di Euripide
regia Filippo Dini
traduzione Elena Fabbro
con Alessio Del Mastro (Apollo), Giulio Della Monica (Thanatos), Sandra Toffolatti (Ancella), Deniz Ozdogan (Alcesti), Aldo Ottobrino (Admeto), Denis Fasolo (Eracle),  Filippo Dini (Ferete),  Bruno Ricci (Servo),  Carlo Orlando (Capo coro) coro Simonetta Cartia, Gennaro Di Biase, Riccardo Gamba, Lucia Limonta, Margherita Mannino, Carolina Rapillo, Ottavia Sanfilippo, Roberto Serpi, Chiarastella Sorrentino, Dalila Toscanelli
scena Gregorio Zurla
costumi Alessio Rosati assistente Giulia Giannino
musiche Paolo Fresu
movimenti Alessio Maria Romano
disegno luci Pasquale Mari
assistente alla regia Arianna Sorci
produzione Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro Stabile del Veneto

Il regista Filippo Dinimette in scena Alcesti, opera di Euripideche narra la storia di Admeto, re di Fere in Tessaglia, al quale il dio Apollo concede di sfuggire alla morte a condizione che qualcun altro si sacrifichi al suo posto. Quando giunge il momento, solo sua moglie Alcesti accetta di morire per lui. Nonostante l’intervento divino, la donna non può essere salvata e si avvia consapevolmente al sacrificio, dopo aver ottenuto dal marito la promessa di non sostituirla.

Dopo la morte di Alcesti, giunge a Fere Eracle che, ignaro della tragedia, chiede ospitalità ad Admeto. Il re, pur nel lutto, lo accoglie; ma quando l’eroe scopre la verità, decide di affrontare la Morte e riportare Alcesti tra i vivi.  Admeto dopo essersi convinto decide di togliere il velo alla donna e scoprire così che si tratta si sua moglie Alcesti, tornata dall’Ade, che dovrà restare in silenzio per tre giorni prima di essere pienamente restituita del tutto alla vita. Nelle sue note di regia, Filippo Dini dichiara: “Accostarsi ad Alcesti di Euripide fa paura, perché significa accostarsi alla Morte. Ad una morte inaccettabile, forse la più inaccettabile di tutte: la morte di una vittima sacrificale.
Al tempo stesso Alcesti è, per i filosofi, la prima meditazione sulla morte nella storia dell’Occidente, quindi una pratica di valorizzazione di tutto ciò che c’è di prezioso e sacro nell’atto di vivere, proprio perché Alcesti è una “tragedia a lieto fine”. Che di lieto in realtà conserva ben poco. Come Hitchcock farà un paio di millenni dopo in Psyco, Euripide fa morire la sua protagonista a metà del dramma. Alcesti muore e, in un certo senso, il percorso tragico della nostra storia si conclude. L’arrivo di Eracle, così goffo, così incerto, così grottesco, così fuori luogo e scandaloso, riapre in modo tutto nuovo il racconto destabilizzandoci a tal punto che non siamo nemmeno più sicuri di riconoscerla in quanto “tragedia”.
Alcesti fa paura perché su tutto, fin dal principio, sopra a tutta questa portentosa e irresistibile macchina teatrale, perfetta nella sua struttura, chiarissima e allo stesso tempo sfuggente, incombe l’ombra di Ananke, la divinità che personifica il sistema di pensiero della tragedia antica: il nodo del fato che nessuno può sciogliere, nemmeno gli dei e che lega tutti a tutto.
Alcesti fa paura perché è la storia di una donna che, spinta soltanto dalla furia beata del suo amore per il marito, sceglie di morire al suo posto. E fa paura perché ritorna dall’Ade. Quattro secoli prima di Cristo, una donna straordinaria si sacrifica per amore e ritorna dalla morte. La donna che torna da laggiù non è quella che è partita, ora questa Alcesti ha visto e fatto esperienza dell’orrore e della disperazione oltre ogni limite, quella che si ricongiunge al marito è l’essere più sacro e misterioso che si possa immaginare nella letteratura e nell’arte di tutti i tempi.
Penso alla tragedia di Euripide e non posso non pensare, oggi, al percorso della donna nella storia, dall’inizio dei tempi ad oggi, alla sua evoluzione, alle sue tragiche morti quotidiane, alla sua possibilità di tornare indietro dall’orrore e poter affrontare finalmente, l’oggetto del suo infinito amore”.

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