Marcos Mrau racconta che – «Ceneri propone un ritratto fisico della comunità in un tempo in cui il termine “comune” è diventato ambiguo e fragile. Il titolo richiama la raccolta poetica Le ceneri di Gramsci di Pasolini, dove il pensiero di Gramsci diventa occasione di interrogazione: cosa resta oggi di quella idea di popolo, di appartenenza, di responsabilità collettiva?
A partire da questa domanda, la pièce osserva come l’impulso a stare insieme si trasformi progressivamente in dispositivo di difesa. Sedici interpreti condividono un unisono che, all’inizio, si regge solo attraverso il rischio: appoggi, cadute e dipendenze che esigono responsabilità reciproca. Il gruppo esiste perché i corpi si sostengono.
Ma quello stesso tessuto comincia lentamente a immunizzarsi. I corpi tracciano perimetri, alzano barriere invisibili, si proteggono da quel contatto che prima li definiva. La comunità non scompare: si trasforma. Alla fine sopravvive soltanto come immagine, come memoria di una forma condivisa. Il gruppo resta sincronizzato, ma ogni individuo appare solo nella propria isola di luce.
Come nelle pagine di Pasolini, il passato non è evocato come nostalgia, ma come frizione. Le Ceneri non sono soltanto un residuo: sono la traccia di una domanda ancora aperta. Che cosa significa oggi appartenere a qualcosa?
In uno spazio scenico apparentemente vuoto, costruito con il minimo necessario per generare un dibattito estetico, visivo e politico, un gruppo di danzatori dà forma a questa comunità che muta e dialoga con il presente. La luce, il suono e la forza del coro dei corpi attraversano la scena come un’eco di ciò che resta, e di ciò che forse non esiste più.
Trasformato da interventi di elettronica e di percussioni, il bellissimo oratorio Le ceneri di Gramsci di Giovanna Marini conferisce un’atmosfera epica e nostalgica al pezzo. In un momento cruciale della nostra vita, senza che diventi opuscolo politico».
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