Progetto vincitore della 4ª edizione del Premio Leo de Berardinis under 35.
Enzo Castellone nelle sue note di regia, scrive: «In un piccolo paese di provincia, un insospettabile famiglia di gente “grassa” si ritrova al centro della cronaca nera. Grazia Paternoster, 240 kg, viene uccisa da suo marito Mario Colasurdo dopo essere stata trovata a letto con un ragazzino di quattordici anni. Si scopre cosi che all’oscuro del marito e dei tre figli (complessivamente 800 e più chili), la donna regalava il sesso a bambini e adolescenti.», scrive l’autore, «I Colasurdo saranno solo evocati. Il racconto parte da corpi non conformi, invisibili, che diventano il centro “visibile”. Il corpo è la condanna dei Colasurdo, il soprannome “l Babbapapa” se lo sono guadagnati proprio per questo. La narrazione è, infatti, plasmata dagli occhi di altri, di chi vede la carne e il grasso. Una narrazione che si occupa sempre meno di una donna uccisa e sempre più di una famiglia di chiattoni pieni di problemi.»
Il progetto
Desidero raccontare questa storia perché penso che per quanto possiamo dire che noi non siamo il nostro corpo, che siamo altro, gli altri continueranno a pensare a noi indentificandoci nel nostro aspetto fisico. Questo lo facciamo tutti, anche chi è cosciente di questa dinamica, anche io che voglio portare in scena questo progetto. Quando abbiamo davanti un corpo eccessivamente grasso, o eccessivamente magro, o eccessivamente altro, quello “si mangia” tutto il resto.
In questo caso io racconto di una famiglia di persone obese e lo racconto attraverso lo sguardo di altri personaggi. L’idea drammaturgica, che poi si tramuterà in idea registica, è quella di non far apparire mai in scena i membri della famiglia Colasurdo. I protagonisti di questa storia, quindi, verranno solo evocati, raccontati da altri personaggi. Questo meccanismo permette allo spettatore di immaginare una propria versione dei Babbapapà, “mostrificata”a seguito del racconto che viene fatto di loro. L’esigenza è quella di non mostrare un corpo, ma immaginarlo partendo da come ci viene descritto. Tutto questo serve a far emergere una visione che si ha sui corpi sentenziati non conformi. È un racconto che parte da corpi “invisibili” che diventano il centro del racconto “visibile”.
Tony, uno dei personaggi del testo, dice una cosa che forse è anche una mia intima confessione e credo racchiuda il senso di quello che vorrei mettere in scena: «Anche se vogliamo cercare di negarlo a noi stessi, di nasconderlo, alla fine i chiatti ci fanno sempre schifo. Possiamo dirlo, sottolinearlo, ripeterlo che i corpi sono solo l’involucro, ma mentiamo a noi stessi. Ci diciamo che importa solo “quello di dentro”, ma è una bugia.
Sappiamo che noi siamo la nostra testa, la nostra anima, che il corpo è solo una cosa che ci è capitata, ma comunque lo eleviamo a massimo sistema del mondo. Proviamo a dimenticarlo, a lasciarlo andare. Proviamo a captare dagli occhi qualcosa di più, ma non è vero. Noi vogliamo solo la bellezza e la vogliamo come diciamo noi».
Enzo Castellone
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