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I TURNI
testo e regia Cristina Comencini
con Licia Maglietta, Iaia Forte, Andrea Renzi
scene Paola Comencini
costumi Chiara Ferrantini
luci Gigi Saccomandi
aiuto regista Filippo Gentile
direttore di scena Andrea Nelson Cecchini
fonico Terenzio Perduto
sarta Giulia Iacovacci
produzione Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Enfi Teatro

I turni, raffinata e dolcemara commedia scritta e diretta da Cristina Comencini, nota regista italiana e autrice di film come “La bestia nel cuore”, “Latin Lover” e “Il più bel giorno della mia vita”andrà in scena a marzo al Teatro Mercadante.
Chi ha deciso il ruolo che abbiamo in ogni famiglia?
Se lo chiedono due sorelle che si ritrovano la domenica a coprire i turni per accudire la madre malata. Le due donne sono diametralmente opposte: hanno scelto percorsi e stili di vita diversi. Tutte queste scelte le hanno però condotto entrambe a dividersi i turni della domenica, mentre il fratello non partecipa: di fatto il ruolo che ricoprono nella famiglia è stato assegnato dalla società. Così decidono di ribellarsi e, quando il fratello passa a trovare la madre, lo chiudono in casa e ribaltano i ruoli e tornano con la fantasia ed il gioco, alla tenerezza ed all’indefinitezza dei tre bambini che erano, quando si amavano e tutto sembrava possibile per ognuno di loro.

Nota di regia

Ho scritto I turni qualche anno fa e ho provato a metterlo in scena, ma non trovavo gli attori giusti. Volevo due sorelle e un fratello legati da un’aria di famiglia, un modo di parlare intimo e allo stesso tempo nervoso, perché la famiglia produce troppa vicinanza e di conseguenza litigi.
Quando Roberto Andò ha voluto lo spettacolo per il teatro Mercadante, ho pensato a questi magnifici tre: Iaia Forte, Licia Maglietta, Andrea Renzi. Da ragazzi hanno viaggiato sullo stesso treno di quell’impresa geniale che fu Teatri Uniti e da lì tutti e tre hanno alternato teatro, cinema, televisione con grande libertà e successi, cito tre film di cui sono innamorata: Libera, Teatro di Guerra, Pane e Tulipani. Tre attori che recitano con la stessa verità sul palcoscenico e davanti alla telecamera. Si conoscono inoltre da sempre e sono legati da un grande affetto. Durante la lettura si sono impadroniti delle battute e se le rinviavano come due sorelle e un fratello. Erano loro.
Ho spesso pensato che il nostro ruolo, nella famiglia prima e nella società poi, è sancito dal posto che occupiamo alla nascita, dalla bacchetta magica nelle mani dei genitori, appoggiata sulle fasce del neonato, che elargisce i loro doni e le loro predizioni: mi somiglia, è sensibile come me, è ribelle, buon carattere, cattivo carattere, forte, fragile ecc…
Nella commedia, a un certo punto, il personaggio interpretato da Iaia Forte, la sorella obbligata a essere sempre contenta, dice: «Che ne sappiamo se è vero che ho sorriso a mamma già dalla culla, forse se lo è immaginato lei e perché ha scelto te come confidente dei suoi drammi? Chi ci ha obbligate a essere ognuna così?».
La domenica, quando esce la badante, Diana e Patrizia fanno i turni per accudire la madre malata, relegata nella sua stanza in fondo al corridoio. Diana, interpretata da Licia Maglietta, si accolla tutto: la casa della madre, le vacanze della badante, il marito, la figlia adolescente scorbutica. Diana è nervosa e tesa quanto l’altra è sorridente: due maschere complementari. Le sorelle si vogliono bene e non si sopportano. Finché inaspettato e tranquillo arriva il fratello più giovane, interpretato da Andrea Renzi, il tesoro della mamma che non viene mai a trovarla. Stefano è giusto passato per sapere come sta la mammina adorata. Le sorelle esasperate lo chiudono in casa, non lo fanno andare via. Tra i tre si svolge una resa dei conti tragicomica sui ruoli nella famiglia, sul contrasto tra uomini e donne, sulla prigione delle loro vite e sui maldestri tentativi di fuga. Ma chiusi in casa come quando erano ragazzini, eccoli di nuovo pronti a giocare, a mischiare le loro identità, a viaggiare liberi in altre vite forse ancora possibili.  
Cristina Comencini                                                                                                                        

Un divertimento teatrale di Cristina Comencini (da Perseo anno 5, numero 2, Sguardi femminili. Scena, mestiere, visione)

Un divertimento teatrale
di Cristina Comencini

Il teatro è popolato di donne sul palcoscenico. Grandi personaggi e, dunque, grandi attrici che nel corso dei secoli li hanno interpretati. Amate, odiate, sante, malvagie, sognate, viste dagli uomini. Ognuna di noi si riconosce in alcuni di questi personaggi perché gli artisti uomini hanno saputo leggere nell’animo femminile, che parzialmente è anche il loro. Allora cosa manca sostanzialmente al teatro, che per secoli non ha avuto il punto di vista artistico delle donne? Per capirlo, propongo un divertimento teatrale. Immaginiamo sulla scena due attori, uno di commedia e l’altro drammatico e due registi, uno impegnato e l’altro più brillante. Sono amici e si sono riuniti per discutere di un argomento fondamentale per loro.

Regista drammatico: Qui c’è bisogno di una rivoluzione, ma le donne non lo capiscono, allargano col contagocce… a me hanno dato un lavoro solo in due anni. Ok, è vero, le donne hanno più esperienza di noi, conducono il gioco da millenni, è vero hanno rappresentato tutti noi, come negarlo! La loro sensibilità, la loro sottigliezza, la loro energia, invenzione, fantasia sono grandissime e ci inchiniamo davanti al loro talento! La loro cultura è anche la nostra, l’abbiamo studiata a scuola! La cultura delle madri! E quella dei padri? Quanti testi non sono ancora stati scritti! Quante commedie, quante idee si sono perdute nel corso dei secoli che raccontavano noi, gli uomini, non come ci vedono loro ma come ci vediamo noi stessi e come vediamo loro, guarda un po’!

Attore drammatico: Dicono che si sono trovati frammenti di una tragedia geniale, scritta da un anonimo greco, solo poche scene ci sono rimaste, anche perché nelle competizioni olimpiche vincevano sempre le donne! Racconta di un figlio che uccide la madre che ha tradito il padre, altro non sappiamo, purtroppo, ma a me sono venute moltissime idee sul tema della vendetta. Nessuna delle tragedie più conosciute, quelle che ci sono state tramandate dalla potente arte femminile, raccontano questo sentimento: ci si deve fare giustizia da soli o è la società che lo deve fare?

Regista di commedia: Le donne si divertono alle nostre spalle, ci dipingono in modo ridicolo e fanno ridere il pubblico! L’ultima farsa è l’uomo robot a cui fanno fare tutto quello che vogliono: ometto qui, ometto lì… Ma se io presento una commedia sui loro vizietti, sui loro tic, stai sicuro che nessuno la mette in scena. Si grida allo scandalo: visione debole, parziale, da troglodita, minoritaria, misogina… loro hanno il potere in mano da millenni e lo tengono stretto, si sostengono l’una con l’altra, e ogni tanto fanno entrare uno dalla porta di servizio… Il poveraccio avrà poche critiche, poche rappresentazioni o invece lo prenderanno a esempio del fatto che c’è parità tra i sessi sul palcoscenico! Magari lo premiano giusto per dire che il problema non c’è.

L’attore comico si alza in piedi e improvvisa una pantomima dimenandosi come fosse una donna.

Attore comico (con la voce da donna): Gli uomini hanno dei gap strutturali rispetto a noi, non hanno la nostra sicurezza, la spavalderia necessaria a affermarsi… hanno meno ironia, meno potenza, sono più timidi, hanno meno esperienza e il pubblico se ne accorge! Un attore uomo ha meno pubblico, di conseguenza è pagato di meno, che cosa vogliamo fare? È la realtà!

L’attore torna nei suoi panni di uomo rabbioso.

Attore comico: Hanno in mano tutto, governano, decidono, sono a capo di tutte le istituzioni culturali, di quasi tutti i teatri! Come possono promuovere i nostri testi? Non li capiscono, non ci entrano. Dicono: «comici maschili protagonisti, chi se ne importa! Facessero le spalle delle protagoniste!».

Regista drammatico: Noi siamo afoni, un mondo senza voce… D’altronde tutte le divinità sono sempre state femminili, sesso, potere, amore, soldi, conquiste, nella Storia è tutto in mano loro. Noi al massimo siamo i loro oggetti di divertimento! Di spasso! Della loro passione! Del loro struggimento d’amore! Delle loro tragedie! Così ci rappresentano da sempre! (urla). Strumenti delle loro invenzioni! Ma noi siamo il cinquanta per cento dell’umanità!! Abbiamo un intero universo maschile da raccontare, non subalterno, non impaurito, non minore, non parziale, non secondario, autonomo, immensamente potente!

Regista di commedia: Già, ma torniamo con i piedi per terra, vi do alcuni dati: sul totale dei teatri la percentuale di direttori uomini è del 26,3%. Ma se si considerano solo i teatri nazionali, il numero di uomini alla guida è zero. Paradossalmente la situazione peggiora nei teatri più strutturati, prestigiosi e con un consistente sostegno pubblico. Nei teatri di rilevante interesse culturale siamo a quattro direttori su diciotto direttrici. Il dato totale dei registi è del 21%, il 19,1% nei teatri nazionali, che diventa il 22,3% nelle sale secondarie ma scende al 13,7% in quelle principali. La percentuale di uomini in ruoli apicali è inversamente proporzionale all’avvicinamento ai centri del potere…

I quattro tacciono sconsolati, si guardano.

Regista drammatico: Cioè non è cambiato nulla…

Regista commedia: Piano, molto piano…

Ecco, forse questa fantasia rovesciata può dare l’idea della fatica delle donne nel teatro, nell’arte, in tutti i campi. Non è una rivendicazione, è un fatto sorprendente e inaudito che portano le donne: un altro sguardo, un’altra testa e un altro corpo possono finalmente produrre storie, drammaturgie, personaggi.  Ma le artiste si trovano davanti a loro il muro di cui discutono i quattro uomini della mia fantasia, un potere e una cultura millenaria che ora deve fare i conti con la loro creatività nascente, fortissima anche perché silenziosa e impedita per tutta la Storia dell’umanità, ma debole di fronte al loro potere. Ed è chiaro, come è chiarissimo ai quattro poveretti che ho immaginato al nostro posto, che la vera spinta viene dalla massa, dal numero di donne che decidono, creano, scelgono, gestiscono fondi. Dalla condivisione del potere nasce la parità creativa, dal numero di donne registe, produttrici, direttrici di teatro. Il potere pubblico, che nel teatro è parte fondamentale, può fare moltissimo per accelerare l’entrata in scena a pieno titolo della creatività femminile.

Licia Maglietta, Iaia Forte, Andrea Renzi

La collaborazione tra Iaia Forte, Licia Maglietta e Andrea Renzi affonda le radici nell’esperienza della compagnia Teatri Uniti, uno dei laboratori più influenti del teatro italiano contemporaneo. Fondata a Napoli nel 1987 da Toni Servillo, Mario Martone e Antonio Neiwiller, la compagnia nacque con l’obiettivo di unire diverse poetiche teatrali e sperimentare un linguaggio scenico che intrecciasse teatro, musica, arti visive e cinema.
All’interno di questo contesto creativo si sono formate e consolidate molte personalità della scena italiana, tra cui proprio Maglietta e Renzi, che fanno parte anche del nucleo stabile della compagnia, mentre Forte vi ha collaborato a lungo come interprete in diverse produzioni.
Il sodalizio tra Forte, Maglietta e Renzi nasce quindi negli anni Novanta, quando condividono spettacoli, tournée e progetti artistici legati alla ricerca teatrale promossa da Teatri Uniti. In quell’ambiente il lavoro dell’attore era fortemente basato sulla dimensione di gruppo: prove lunghe, creazione collettiva e un rapporto stretto con la drammaturgia contemporanea e con i classici riletti in chiave moderna. Questa pratica comune ha contribuito a creare tra loro un’affinità scenica molto riconoscibile, fatta di ascolto reciproco e di una forte intesa interpretativa.
Nel corso degli anni i tre artisti hanno poi sviluppato percorsi autonomi nel teatro, nel cinema e nella televisione, collaborando con registi e autori di primo piano. Tuttavia, il legame umano e professionale nato in Teatri Uniti è rimasto un punto di riferimento, tanto che ancora oggi vengono spesso riuniti in progetti comuni proprio per quella “aria di famiglia” artistica che deriva da quell’esperienza condivisa.
È il caso de I turni di Cristina Comencini, in cui i tre interpreti tornano insieme in scena come due sorelle e un fratello.

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