L’anziana vedova di un ricco imprenditore, accompagnata da badante, ritorna nella sua villa sul lago di Garda, progettata insieme al cimitero di famiglia da un eccentrico architetto. Anche se non viene mai nominato non è difficile riconoscere la figura di Carlo Scarpa, uno dei più grandi maestri del secolo scorso, così come è inevitabile cogliere il riferimento alla splendida Tomba Brion.
La donna non mette piede nella casa da anni, e da decenni è tramontato anche il mondo economico e culturale di cui è stata protagonista insieme al marito: la produzione di elettrodomestici di design, i salotti mondani che ospitavano i maggiori esponenti dell’arte, della letteratura e della musica del momento. Forse, come è già successo per la fabbrica, anche la villa dovrà essere venduta. In una sorta di ipnotico flusso di coscienza, la vedova ripercorre la sua vita: il passato di attrice teatrale, l’abbandono della carriera per sposare il ruolo di moglie e poi di madre e, infine, il rapporto strettissimo, quasi morboso, con il grande architetto. Nel tempo sospeso di questo soggiorno tombale, la vedova incontra un professore universitario che sta scrivendo un saggio sul suo maestro: sarà proprio lui a svelarle l’enigma della morte in Giappone cadendo da una scala per osservare il particolare di un gradino. Emerge gradualmente il ritratto di un uomo geniale, ossessionato dai dettagli e dal controllo, un regista capace di giocare con lo spazio e con il tempo e di sfidare il mistero della morte. Attraverso una calibratissima architettura di parole, Trevisan compone una vera e propria partitura emotiva, canto del cigno di un’epoca intera e riflessione ironica e malinconica sull’arte e sulla fine.
In scena, come intrappolata dentro uno dei bozzetti di Scarpa, insieme a Carlo Valli nel ruolo del Professor Bernardi e Alessandro Mor in quello del badante Cecchin, Maria Paiato, interprete sopraffina, si misura nuovamente con una stimolantissima sfida.
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