Cos’è una figlia? E cosa, davvero, una madre? Può un numero — quello esatto degli ovociti rimasti — misurare il destino di una donna, autorizzare o negare un’emancipazione. Essere madre può mai coincidere con il puro atto di mettere al mondo una vita o la maternità eccede ogni conto, ogni previsione, ogni statistica? In quanti modi può esistere questo legame?
Alice, la protagonista di questa storia, percorre un territorio affollato di prescrizioni. Attraversa l’inferno silenzioso dei dettami sociali, del conto alla rovescia inscritto nei corpi delle donne, dell’idea che generare coincida con il senso stesso dell’esistere. Eppure, nel suo viaggio, non cerca di dimostrare qualcosa ma di sentire: ascoltare il proprio nome risuonare nelle voci di tutte le donne che “hanno avuto a che fare con la mia venuta al mondo”. Un sentire che è più radicale di qualche cromosoma. Alice mette in crisi le regole di questo mondo antico, fa saltare gli stereotipi e le ideologie patriarcali su maternità e famiglia.
Queste donne che abitano “Il numero esatto” – figlie e madri – vivono fuori dalle idee preconcette; non c’è giudizio per la madre che si rende conto di non desiderare la propria figlia né per la gestante ucraina che ha scelto di offrire il suo utero ad un’altra madre. Alice chiede di ascoltare il suo nome non per giudicare ma per riconoscere. Non per stabilire gerarchie ma per accogliere una verità più ampia, in cui la maternità è prima di tutto relazione, presenza, affetto, scelta.
In scena sono rappresentati due mondi che non si sfiorano. Davanti, sul proscenio, le “tiepide case” del nostro occidente: luce calda, cucine accoglienti, un quotidiano familiare e protetto. Distante e seminascosto da un velo — uno schermo, un quadro — compare un paese in guerra: freddo e opaco. È un altrove in conflitto, un paese in guerra dove le identità si dissolvono sotto il peso della sopravvivenza. Due spazi separati eppure legati da una dipendenza invisibile: ciò che accade là sostiene, inquietantemente, ciò che accade qui. Se da un lato del mondo le donne hanno il privilegio di interrogarsi sul senso di essere madri e figlie, dall’altro le questioni identitarie sono impregnate dall’ingiustizia e dall’insensatezza della guerra che sovrasta, ridimensiona, schiaccia ogni cosa.
E tuttavia, in entrambi i mondi, resta una possibilità: parlare. Queste donne parlano, pensano, amano ma soprattutto parlano: questo è il potere segreto e straordinario delle donne, parlare, ragionare, parlare insieme e in questa drammaturgia le donne risolvono se stesse, sbrogliano i guai del mondo con le parole. Le donne di questa storia non coincidono con un modello, non rispondono a un dovere. Pensano, dissentono, si ascoltano. Nella parola condivisa, nella confidenza trovano se stesse.
Il viaggio di Alice si chiude con un ritorno a casa. Intanto, dietro il velo, la guerra continua — come prima, come sempre. Ma qualcosa si è spostato: uno sguardo, una coscienza, un modo diverso di nominare l’amore.
Martina Badiluzzi
Nota di Fabio Pisano
Il numero esatto è una drammaturgia scritta a partire da un fatto di cronaca realmente accaduto; racconta di Alice, che a vent’anni apprende di non essere figlia di sua madre; Alice a vent’anni apprende di essere figlia biologica di una donna, di essere stata partorita da una gestante e cresciuta per il primo anno di vita, da una tata; Alice a vent’anni si sente in un pozzo; ha bisogno di sentire le voci, le voci delle donne che hanno a che fare con la sua nascita; ma la ricerca si scontra con una donna senza desideri e soprattutto con la guerra, la guerra che ha invaso – poco dopo la sua nascita – la città in cui è nata e che sarà decisiva, nella sua ricerca. E saranno decisive le voci di ogni donna, voci che non le faranno capire nient’altro che s’è sempre figlie di qualcuno. O di qualcosa.





















