Emma Dante prosegue il suo lavoro d’indagine sul nucleo familiare e lo fa attraverso il filtro delle aspettative culturali sulla “donna di casa”.
Il punto di partenza è un interno domestico. Questa cornice viene rapidamente scardinata da una partitura fisica serrata, che svela la natura coercitiva dei ruoli imposti.
Uno degli elementi più potenti dello spettacolo è l’uso del corpo delle attrici e degli attori, che “dialogano” con lo spazio e gli oggetti circostanti, che diventano strumenti di controllo o prolungamenti della fatica quotidiana.
La regista costruisce una serie di azioni ripetute, apparecchiare, rassettare, accudire che, reiterate fino alla deformazione, diventano segni di un’esistenza schiacciata dall’obbligo della dedizione. I personaggi mostrano una gestualità che porta nel movimento ciò che non viene detto con le parole: la fatica, la frustrazione.
La presenza maschile è delineata non necessariamente come autoritaria, in forma esplicita, ma radicata in consuetudini che regolano il comportamento di tutti. Il modello patriarcale sopravvive proprio nel suo essere ordinario, interiorizzato, perfino accettato.
Particolarmente incisiva è la dimensione corale: i personaggi non sono mai davvero isolati, ma parte di un organismo familiare le cui energie si contagiano, si urtano, si stratificano. L’effetto è quello di una comunità che si auto-sorveglia, nella quale ogni gesto del singolo evidenzia la pressione del gruppo.
Tuttavia, lo spettacolo non rinuncia a momenti di ironia tagliente, cifra che caratterizza il linguaggio di Dante. È un’ironia pungente: mette il pubblico di fronte all’assurdità di certe dinamiche ancora presenti oggigiorno, smentendo l’idea che siano ormai superate. In occasione di alcune interviste infatti, l’autrice paragona l’humus in cui si radica violenza qui presa in esame a quello in cui si sviluppano atteggiamenti mafiosi.
Attraverso una drammaturgia simbolica e fisica, Emma Dante trasforma la casa in una lente che obbliga lo spettatore a riconsiderare certi comportamenti entrati a far parte della routine quotidiana, che potrebbe riscoprirsi assuefatto e “abituato” addirittura alla vista del sangue.
Un lavoro che disturba, illumina e continua a dialogare con chi osserva, L’angelo del focolare è un atto di scavo nelle radici culturali della famiglia italiana, una riflessione sul modo in cui ruoli e aspettative modellano le identità individuali.
Durante lo spettacolo saranno utilizzate luci stroboscopiche
Note di regia
Dentro una famiglia, un giorno, l’abituale violenza del marito sulla moglie si trasforma in un femminicidio. L’uomo la uccide spaccandole la testa con un ferro da stiro. La donna giace a terra, morta, ma la sua morte non è sufficiente: nessuno le crede. Così che la donna, come l’angelo del focolare, nella cui grottesca immagine si ritrova incastrata, sarà costretta ad alzarsi e a rientrare nella stessa routine, pulendo la casa, occupandosi del lavoro domestico, preparando da mangiare al figlio e al marito, accudendo l’anziana suocera. Ogni mattina, i familiari la trovano morta e non le credono. Ogni mattina lei si rialza, apre la moka, chiusa troppo stretta, e ricomincia a subire la violenza del marito, la depressione del figlio, l’impotenza della suocera che anziché condannare il figlio brutale e dispotico, lo compatisce. Ogni sera la moglie muore di nuovo, come in un girone dell’inferno in cui la pena non si estingue mai. Nella penombra di una casa addormentata, l’angelo scuote i lembi della vestaglia e prova a volare ma le è concesso soltanto l’intenzione del volo.
Promozioni attive su questo spettacolo
Rassegna stampa
Produzione in Tournée
"L’ANGELO DEL FOCOLARE" fa parte delle produzioni del Teatro di Napoli - Teatro Nazionale e farà tappa in queste città:

































