LISISTRATA
di Aristofane
traduzione Nicola Cadoni
drammaturgo Emanuele Aldrovandi
regia Serena Sinigaglia
regista assistente Arianna Sorci
con (in ordine di apparizione) Lella Costa (Lisistrata), Marta Pizzigallo (Calonice), Cristina Parku (Mirrina), Simone Pietro Causa (Lampitò), Marco Brinzi (Dracete), Stefano Orlandi (Strimodoro), Pasquale Montemurro (Filurgo), Giorgia Senesi (Nicodice), Pilar Perez Aspa (Stratillide), Irene Serini (Rodippe), Aldo Ottobrino (Commissario), Salvatore Alfano (Cinesia), Clara Borghesi (Beota), Zoe Laudani (Corinzia), Alessandro Lussiana (Ambasciatore spartano), Stefano Carenza (Ambasciatore ateniese), Giulia Quacqueri (Pace)
Coro
Clara Borghesi, Carlotta Ceci, Ludovica Garofani, Gemma Lapi, Zoe Laudani, Arianna Martinelli, Francesca Sparacino, Siria Veronese Sandre, Christian D’Agostino, Giovanni Costamagna
scene Maria Spazzi
costumi Gianluca Sbicca
musiche Filippo Del Corno
le musiche sono state eseguite dall’Ensemble Sentieri Selvaggi
arrangiamenti Francesca Della Monica, Ernani Maletta
coreografie Alessio Maria Romano
disegno luci Alessandro Verazzi
assistente scenografa Paola Grandi
assistente costumi Marta Solari
produzione Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico
Lisistrata, “colei che scioglie gli eserciti” convince le donne di Atene e Sparta, Beozia e Corinto ad unirsi a lei in uno sciopero del sesso che avrà fine solo quando gli uomini si decideranno a cessare la guerra. Si impadronisce anche del tesoro di stato, respinge gli arcieri, discute di economia e politica, infine prevale e ottiene la pace.
Lisistrata, scrive la regista Serena Sinigaglia nelle sue note, si regge su un presupposto terribilmente serio e grave, qualcosa che affligge l’umanità da sempre e che pare essere da sempre inarrestabile: la guerra. Lisistrata stessa sembra scritta come un’eroina della tragedia. Altro che commedia!
Un’Atene dove non ci sono più uomini, perché tutti al fronte. Un mondo che si sta sgretolando e intanto politici e tecnocrati di Atene e di Sparta che non sanno, non possono, non vogliono risolvere la situazione. Ci ricorda qualcosa? La grande commedia è sempre una provocazione, scandalo che scuote le coscienze. E’ l’assurdo che si fa segno di ribellione, di visioni altre, magari poco probabili ma forse possibili. Lo sciopero del sesso da parte delle donne può essere una soluzione per fermare la guerra? Per rilanciare la vita e l’amore? Oggi più di ieri questa esilarante e perfetta commedia ci parla. Il suo antico richiamo risuona potente: “Donne di tutto il mondo unitevi! Perché non ci provate? Magari è la volta buona che ci riuscite!”.
Note di regia
Lisistrata parla di guerra. O meglio parla di chi non ne può più di subire o fare
la guerra. Il paradosso di Aristofane, a distanza di secoli, mi appare tutt’altro che
un paradosso: se le donne di tutti i fronti di guerra si unissero sotto la bandiera
della pace, negandosi ai mariti o ai propri compagni, non cesserebbero gli scontri
armati e le battaglie? Ma spingiamoci oltre, oltre la rigida definizione di genere:
se davvero chiunque, uomo o donna che sia, opponesse alla volontà di guerra
lo sciopero del sesso, non si otterrebbe la pace?
Lisistrata parla d’amore, un amore laico, potente, felice e giocoso. Questo mi
sorprende e commuove. “Fate l’amore, non fate la guerra!” recitava un noto
slogan pacifista degli anni Sessanta. Cinesia e Mirrine si amano, i vecchi e le vecchie
ritrovano lo spirito e la complicità di coppia di un tempo; l’astinenza dall’atto
sessuale non è mai descritta in quest’opera come un mero bisogno meccanico
ma come naturale prolungamento, meravigliosamente concreto e dunque
corporeo, di un caldo sentimento di unione e condivisione, che vuole la vita e non
la morte. Di fronte ai continui femminicidi, alla drammatica quanto insopportabile
discriminazione di genere, di fronte a quella che per certi versi mi appare oggi
come una vera e propria crisi delle coppie etero (e forse di tutte le coppie,
ma restiamo su quelle etero), Lisistrata ci suggerisce la strada: reimparare la
grammatica dell’amore.
Che se non ce l’hai, sei perduto, che se non ce l’hai, poi, fai la guerra.
Uomo e donna, oggi, che tornano ad amarsi e rispettarsi, ecco la vera rivoluzione!
Sappiamo bene che al mondo non sono solo e sempre gli uomini a volere la guerra,
ci sono anche donne, nell’esercito e nei più importanti luoghi di potere, a volerla.
Sarebbe riduttivo oggi pensare alla donna assolutamente pacifista
e all’uomo assolutamente guerrafondaio.
Credo che esistano due forze, due princìpi dentro ogni essere umano, al di là del
genere biologico: il principio maschile e quello femminile. Il principio maschile
è un principio normativo, che si fonda sulla legge del più forte per mantenere
la pace e dunque il suo strumento principale per dirimere i conflitti è la guerra.
È certamente il principio maschile che ha prevalso nella storia umana, il principio
fallico su cui si fonda il patriarcato che ha represso e schiacciato l’altra forza,
l’altro principio, quello femminile. Il femminile è un principio creativo, generativo,
anarchico, vitale, a volte caotico, sicuramente complesso, che si fonda sulla legge
di natura e dunque sull’istinto di sopravvivenza, i suoi strumenti sono l’accoglienza
e l’accudimento. L’azione del tessere, così centrale nel testo in quanto metafora
del buon governo, è azione tipicamente femminile, ed è un’azione che lega,
unisce e protegge. Cosa sarebbe il mondo se a prevalere fosse proprio la forza
del femminile?
Questi temi rendono Lisistrata eterna e come tale ho cercato di costruire,
con i miei straordinari collaboratori, uno spettacolo che non avesse un tempo
definito, giocando a citare l’antico e il contemporaneo continuamente.
Ho cercato la danza dei corpi, l’ebrezza dei fanciulli, la concretezza dei corpi.
Ho cercato leggerezza e grazia, anch’esse così indissolubilmente legate alla sfera
del femminile, anch’esse portatrici di un messaggio semplice e rivoluzionario
di pace. Si ride, si ride moltissimo in Lisistrata ma di una risata profonda
che ci libera e ci predispone all’amore più bello, quello degli uni con gli altri,avvinti
tutti dalla meravigliosa fragilità e contraddizione della nostra condizione umana.
Serena Sinigaglia









































