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01/03/2026 18:00

METADIETRO
di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Daniele Cavaioli
habitat Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli
light designer Alice Mollica
voci fuori campo Noemi Pirastru e Mauro Ranucci
foto Flavia Mastrella
produzione La Fabbrica dell’Attore, Teatro Vascello, RezzaMastrella

L’ammutinamento è sempre auspicabile in un organismo sano. Un ammiraglio blu elettrico tenta di portare in salvo la sua nave spalleggiato da una frotta che lo stordisce con ossessioni di mercato: la salvezza di chi ti è vicino non è la via di fuga per chi vive delle proprie idee. In ogni caso nessuno è colpevole, c’è solo un gran divario nello stare al mondo. Tra visioni difformi si consuma l’ennesimo espatrio, che non è la migrazione di un popolo, ma l’allontanamento inesorabile dalla propria volontà.
E vissero tutti relitti e portenti.
Tornare alla dimensione naturale e selvaggia è impossibile. Viviamo una nuova preistoria; la mansione umana è mortificata, confusa e inadeguata. Nello spazio virtuale fatto materia, un ecopentagono provoca il vuoto, personaggi invisibili fiancheggiano l’egocentrico edificio: non sono fantasmi ma sollecitazioni induttive e, nonostante tutto, la realtà non è mai uniforme, scombina sempre i programmi prestabiliti e nutre in modo imprevedibile la funzione della fantasia.
La crudeltà tecnologica permea l’essente vivente.
È la scomparsa dell’eroe.

Flavia Mastrella e Antonio Rezza, Clamori al vento. L’arte, la vita, i miracoli
© il Saggiatore S.r.l., Milano 2014

Non abbiamo altri interessi al di fuori di noi, anche se ognuno dei due è fuori di sé. Condividiamo una mania ludica, che risolviamo con la massima
serietà. Abbiamo due fantasie opposte supportate da due vite diverse. Nella creatività siamo forniti di molte fonti, forme, ritmi e problematiche a cui attingere. Non esprimiamo alcun messaggio se non l’ossessione come unica possibilità di riscatto dell’essere umano. Rincorriamo le emozioni, cerchiamo lo stupore, mostriamo noi stessi. Gli umani si assomigliano, è una questione di razza, parliamo di un linguaggio comprensibile. Cerchiamo semplicemente di passare il tempo prima che il tempo passi su di noi. Sviluppiamo l’avversione profonda alla gerarchia e al comando. Crediamo soprattutto di dare un’alternativa estetica con la parola e con la forma, ci rendiamo conto che è necessario dimostrare che l’indipendenza, unita all’assenza d’interessi contingenti, è il propellente micidiale dell’opera. Collaboriamo con chi dimostra la libertà d’azione e sovranità d’intelletto. Eravamo del secolo scorso. Siamo involontariamente all’antica. Parliamo anche troppo, rispetto a quanto potremmo parlare poco. Preferiamo fare, più che parlare di quel che facciamo. È sicuramente un bisogno individuale, che alla fine diventa il bisogno di due persone che lavorano assieme, pur facendo ognuno il proprio comodo. Non perché sia comodo fare ciò che ognuno fa, ma perché ciascuno fa quello che ama fare.
Siamo approdati a queste forme comunicative perché non si può parlare di teatro al teatro, di cinema al cinema e di arte nell’ambito dell’arte.
Tutti dovrebbero assomigliare ai grandi del passato per quello che dicono. Si dovrebbe essere tutti uguali per quello che si
dice e tutti diversi per quello che si fa. Così eliminiamo ogni similitudine fra noi e il passato nel fare.
Un concetto ha molte forme. Non esiste una sola forma per reinventare un contenuto. Se il concetto è universale, non è detto che la forma che rappresenta il concetto sia la stessa per ognuno di noi. Le cose dette si assomigliano perché sono frutto di un ragionamento filosofico, la differenza radicale è in quello che si fa. Noi regrediamo a bambini nel momento della creazione. Quando una cosa viene fatta con quella mentalità, il gioco contamina anche lo spettatore. È proprio un modo diverso di porsi di fronte alla regola. Facciamo uno spettacolo per una nostra urgenza, e quella che si rappresenta non è mai una realtà stabile, ma aperta ad altre interpretazioni. Perciò lo spettatore è impegnato a dare nuovi significati. E in questo
c’è del realismo, perché ognuno capisce ciò che vuole. Il gesto interattivo del guerriero di luce è effetto di coinvolgimento che ricalca l’abuso di potere. Lo spettatore prende coscienza che l’estetica può essere altro rispetto a quella corrente, e che noi non siamo in grado di comunicare attraverso un messaggio unitario. Nelle performance mettiamo in moto il realismo e l’emotività.
[…] Opero sul corpo di Antonio, sulle sue proporzioni e penso che la sua facoltà istintuale sia la parte più bella. Il mio approccio con la scultura è selvaggio, un rito primitivo, compongo le opere con materiale trovato, già usato, con una storia… feticismo.
Siamo quello che facciamo attraverso un’estetica diversa. La cultura che rappresenta sé per quello che è, attraverso la stessa forma di come è nella vita borghese, tende al fallimento.
Noi facciamo cose che ci rinnovano l’estetica e che poi non sono più quello che siamo, sembrano altro. Non c’è pretesa, non c’è direttiva ma sbigottimento tradotto in visione.

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