Orfani veleni è il progetto vincitore della prima edizione del Premio Enzo Moscato per artisti e compagnie under 35. Spiega Davide Cristiano che lo ha ideato: “Se l’uomo che dorme in strada fosse l’ultimo baluardo di una comunità in estinzione? Se chi è considerato un relitto fosse in fondo il solo capace di raccontarci del naufragio? Un vecchio attore di teatro, ridotto ai margini del nostro sguardo, è l’unico rimasto ad abitare la piazza, il luogo di una collettività in disfacimento. Solo una figura angelica, un Pulcinella serafico, può intervenire in suo soccorso quando tre ragazzi si abbattono su di lui come avvoltoi su un corpo in agonia: sono l’incarnazione di quegli stereotipi che hanno declassato la cultura popolare ad oleografica fino ad annichilirla. Su tutti loro aleggia fuori dallo spazio e dal tempo la lucida voce del poeta. Questo è lo scenario in cui il testo di Enzo Moscato, Orfani Veleni, viene precipitato per dare corpo all’indagine poetica e metafisica che il compianto autore compone in un esercizio definito di de-mascherazione. Nell’opera si articola per la città di N. e la sua comunità una domanda di sopravvivenza, resistenza, o meglio ancora, di nascita: quasi una forma di rituale magico, di esorcismo – ha scritto Moscato. Un necessario urlo di vita di fronte all’inarrestabile devastazione di cose e sentimenti di questa città. Una città che per il poeta napoletano ingloba l’universo intero”.
Note di regia
Enzo Moscato definisce Orfani Veleni un «esercizio di de-mascherazione». La maschera è «metafora di morte», poiché cela in ciascuno di noi «l’abisso» della solitudine e dissimula in un’intera comunità, qui «la contea di N.», «l’inarrestabile devastazione di cose e sentimenti». D’altra parte, però, se la maschera occulta lo squarcio, è anche l’unica possibilità che abbiamo per vivere: qualsiasi vitalità origina e si alimenta dal contatto con la morte, così come l’esuberanza di Napoli e dei suoi abitanti è indissolubile dalle sue contraddizioni – «ciò che è profondo ama la maschera». L’opera è un esempio di «tradinvenzione», nuova forma letteraria così battezzata da Moscato, dove brani di sua creazione si intrecciano a riscritture di Petito, Basile, Rilke, Hugo, Rimbaud, Shakespeare, e a forme demotiche e proverbiali. L’assenza di una struttura drammatica nel testo ha innescato la necessità di ricostruire uno scenario entro cui precipitare l’indagine poetica e metafisica dell’autore per darle corpo: Orfani Veleni è il sogno-incubo di un senzatetto, annoso attore di teatro di strada, ultimo rimasto ad abitare la piazza, il luogo di una collettività in disfacimento. La sua casa è un’installazione promozionale che riporta didascalicamente il nome della città e, per metonimia, la rappresenta. Solo una figura angelica, un Pulcinella serafico, può intervenire in suo soccorso quando tre ragazzi si abbattono su di lui come avvoltoi: sono l’incarnazione di quegli stereotipi che hanno declassato la cultura popolare ad oleografica fino ad annichilirla. Su tutti, in chiave epica, aleggia dal megafono della filodiffusione urbana la voce del poeta. L’uso delle registrazioni di Enzo Moscato, che «gioca» i brani più lirici dell’opera, consacra l’autore a poeta voce della città, a cui ci si accosta per rinnovare nel suo solco poetico e politico il nostro senso di comunità e scongiurare una rovina collettiva che, fin dalla prefazione del testo, l’autore ci «chiama energicamente ad affrontare» e a «tramutare in urlo fortissimo di vita». Un urlo di resistenza che coincide per il nostro senzatetto con la fine dell’incubo: forse anche noi, sull’orlo di una catastrofe, possiamo riscoprirci dei sonnambuli avvolti in un delirio da cui è ancora possibile tornare alla luce.
Davide Cristiano



















