In questo dramma dell’autore britannico Duncan Macmillan, Emma, una talentuosa attrice di teatro, collassa mentre è in scena con Il gabbiano di Čechov, a causa dell’abuso di alcol e droghe. È Nina: non padroneggia più la sua voce, proprio come Nina, non ricorda più dove sia e cosa debba fare, forse non ricorda più le sue battute o, forse, sono i suoi pensieri. Dove finisce la finzione e dove inizia la realtà? Emma, controvoglia, si ricovera in una clinica per disintossicarsi convinta di restarci per il tempo minimo necessario a farsi dichiarare “pulita” ed essere in grado di tornare a lavorare invece finirà per rimanerci per diversi mesi. «In un tempo in cui passiamo i giorni a rincorrere l’immagine di chi dovremmo essere per sentirci all’altezza», scrive Favino nelle sue note, «questo testo ci dice tutto ciò che facciamo per evitare di guardarci dentro, quello che usiamo per farlo e come sia possibile, una volta toccato il fondo, rinascere se riusciamo ad ammettere le nostre ferite e troviamo il coraggio di prendercene cura».
Note di regia
Le cose, i posti, le persone che fanno parte della nostra vita sono la mappa del nostro viaggio su questa terra.
A volte ci torniamo con gioia, in altre facciamo di tutto per dimenticarle perché ci ricordano cose di cui proviamo vergogna, che non vogliamo più vedere, che ci fa tanta paura affrontare.
In un tempo in cui passiamo i giorni a rincorrere l’immagine di chi dovremmo essere per sentirci all’altezza, a negoziare chi siamo di volta in volta a seconda delle chiacchiere del momento, questo testo ci dice tutto ciò che facciamo per evitare di guardarci dentro, quello che usiamo per farlo e come sia possibile una volta toccato il fondo rinascere se riusciamo ad ammettere le nostre ferite e troviamo il coraggio di prendercene cura.
Pierfrancesco Favino
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