Progetto vincitore della 4ª edizione del Premio Leo de Berardinis under 35.
Flavio Capuzzo Dolcetta nelle sue note di regia, scrive: «Lessi per la prima volta questo romanzo poco conosciuto di Luigi Pirandello nel 2015 e, nonostante la prima fatica nell’affrontarlo, mi sembrò da subito possedesse un potenziale per la scena. La trama è apparentemente semplice: un operatore cinematografico, nell’epoca dell’avvento del Cinema Muto, redige un insieme di quaderni in cui riflette ed elucubra sul suo lavoro mentre alcune importanti figure del suo passato si ripresentano davanti a lui a e alla sua macchina costringendolo a un difficile confronto (si pensi che Walter Benjamin citò il romanzo come principale fonte d’ispirazione per il suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica). L’atmosfera, lo sguardo di Pirandello sulla nuova macchina cinematografica, l’intrigo, la scrittura in forma di diario, insomma tutto l’insieme mi sembrò perfetto per un adattamento scenico, eppure c’era qualcosa che non mi convinceva fino in fondo, come non fosse il tempo giusto. Rileggendo recentemente il romanzo, mi sono reso conto che ciò che nel 2016 mi sembrava invecchiato male, polveroso o fuori tempo, nel 2025, a 100anni dalla prima pubblicazione, risplende di un’incredibile lucidità e forza, tanto da meritare la stesura di un adattamento pienamente fedele allo spirito con cui l’autore siciliano concepì e stese per la prima volta il suo romanzo, ma che cerca poi di proseguire a passi autonomi seguendo i suoi spunti e accogliendo la sfida lanciataci. Pirandello decide di esporsi con sguardo ambiguo sull’innovazione della macchina cinematografica, consegnandoci un’opera dai tratti incoerenti, facendo inoltre, io credo, un coraggioso tentativo nel giudicare, sul nascere, quella nuova forma d’arte. Ed è proprio dove Pirandello si lancia a scommettere sul futuro della macchina e del suo rapporto con l’uomo e con la scrittura (anche sbagliando clamorosamente!) che il romanzo risulta significativo per la messa in scena.
Ne viene fuori un Pirandello inquieto che avverte la possibilità del tramonto della letteratura, della drammaturgia teatrale, della scrittura in sé: il timore di fronte a un mostro nascente che prospetta la spietata osservazione della vita come mai vista fino ad allora, ovvero riprodotta su uno schermo.»
Nota di regia
Questo è, si, il Serafino Gubbio Operatore di Pirandello, ma in scena dovrà vivere l’operatore del 2026. Dunque, il suo rapporto con la macchina è di pura subordinazione o è più complesso? Che tipo di complicità silenziosa gli permette di sfogarsi e vendicarsi verso la realtà in cui si muove e che è costretto a filmare? Fino a dove può portarlo il desiderio di essere una manovella che gira? Qui a girare però non sarà una manovella, ma l’intera macchina.
Uno spazio scenico vuoto e scarno. Al centro svetta, monolitico, un treppiedi nero dalle gambe esili, quasi zampe di un ragno. Sul treppiedi una cinepresadall’aspetto moderno, una spia rossa accesa: ci ricorda, si, una videocamera di quelle che quasi tutti abbiamo visto almeno una volta, eppure ha qualcosa di strano, di strabordante, minaccioso, direi quasi raccapricciante. Serafino Gubbio, come nell’ incipit del romanzo, ci spiega quali sono le sue mansioni da operatore e poi seguita a segnare il campo con il gesso. Dunque, il nostro Serafino segna un enorme anello di gesso attorno alla cinepresa. Una volta dato il suo ordine «Si gira», la cinepresa inizierà a girare su se stessa a 360°, inesorabilmente, costringendo il racconto ad adattarsi al suo movimento. Ma è lì che nasce l’ambiguità: chi controlla il racconto? La scrittura o la macchina? E Serafino dove si trova tra di esse? La regia si propone di guidare lo spettatore nei quaderni di Serafino tramite un unico grande piano sequenza, un movimento fluido e incessante, come quello della scrittura, scandito dal roteare della macchina […] E in questo viaggio “particolare” nei suoi quaderni, al contempo, la regia propone un viaggio “universale” attraverso tre Ere, partendo dall’era della Scrittura, passando per l’era della Lanterna Magica, fino all’ultima era della macchina […] La macchina tornerà però a incombere sui tanti personaggi della vicenda e Serafino proseguirà a servirla, assecondarla. Il suo sguardo si posa sul mondo attraverso essa e per essa stessa, la complicità dunque richiede che Serafino smetta di intervenire anche di fronte alla catastrofe certa. Ritengo che questo sia uno dei punti più interessanti da studiare con la regia e con il gruppo di attori e artisti del team creativo in fase di prova, pensando alle condizioni in cui il presente più recente ci sta costringendo di fronte all’orrore, spesso prevedibile, di atti violenti di piccola e grande misura.
Flavio Capuzzo Dolcetta












