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01/03/2026 18:00

RICCARDO III
di William Shakespeare
traduzione Federico Bellini
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Vinicio Marchioni,
Silvia Ajelli, Anna Coppola, Flavio Capuzzo Dolcetta, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Giulia Mazzarino, Candida Nieri, Stefano Patti, Annibale Pavone, Andrea Sorrentino
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Simona D’amico
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
regista assistente e movimenti Alessio Maria Romano
assistente volontario Riccardo Rampazzo
produzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura

Antonio Latella porta in scena Riccardo III, tragedia sull’ascesa al potere del duca di Gloucester ed esplorazione della natura del male. Nelle sue note di regia, Latella afferma: “Il male è. Non è una forma, una gobba, una deformità. È vita, natura, divinità”. Il suo intento è superare l’esteriorità del male per coglierne il fascino. La rappresentazione fisica della malvagità diventa quasi un alibi che oggi, nel XXI secolo, è forse non più accettabile. Ma Shakespeare usò una “maschera corporea”, simile a quella di un fool, figura ambigua e simbolica, per precise ragioni storiche e concettuali.
In alcuni Paesi, l’opera viene rimossa dai cartelloni per rispetto verso la disabilità fisica. Il rischio, secondo Latella, è che il politically correct porti a una censura che snatura l’opera. Al centro del lavoro vi è il potere della parola, la sua seduzione, persino la sua scorrettezza: “Il serpente incantò Eva con le parole”, ricorda il regista, sottolineando che il male risiede nella bellezza e nell’armonia, non nella disarmonia. Riccardo III incarna il male seduttivo, dominatore, soprattutto verso il femminile, che alla fine sarà proprio ciò che lo sconfigge.
La traduzione di Federico Bellini offre un ritmo iniziale quasi da commedia wildiana. L’adattamento rispetta l’anima dell’opera, pur con alcune modifiche. Una novità è il personaggio del Custode, servitore apparente di Riccardo e del male, ma in realtà difensore della bellezza e del giardino dell’Eden.
Fondamentale è stata anche la scelta del cast, selezionato con cura maniacale per valorizzare la forza performativa della parola shakespeariana. Latella conclude chiedendo ai suoi collaboratori di rendere il male seduttivo, perché “chi tradì il paradiso fu l’angelo più bello”.

Nota di regia

Il male è. Non è una forma, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico, in qualche modo, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera, molto più vicino a un giullare di corte, al fool, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che, nel tempo, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. Non è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio.
In alcuni Paesi, Riccardo III viene tolto dai cartelloni di programmazione teatrale perché potrebbe risultare offensivo per chi convive con una disabilità fisica; argomento delicato in questi tempi dove il politically correct, nel bene e nel male, rischia di diventare censura che muta l’originalità delle opere decontestualizzandole dal periodo storico a cui appartengono.
A noi interessa la forza della parola, la seduzione della parola, e, perché no, la scorrettezza della parola. Il serpente incantò Eva con le parole, o, in ogni caso, bisognerebbe pensare che il serpente fu abile in quanto riuscì a far staccare la mela dall’albero ad Eva ma fu Adamo a morderla. Quindi, chi dei due peccò? Il male che mi interessa è nella bellezza, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza accecante, una bellezza che pretende un ritorno al figurativo. Una bellezza opulenta e ingannatrice, fatta di relazioni pericolose, di giochi di seduzione continui. E, in questo, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona, non è per l’ascesa al trono, ma è per la sottomissione del femminile, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto; difatti sarà la Regina madre a portare a termine una tremenda maledizione.
La traduzione di Federico Bellini mi permette inizialmente di giocare con tempi e andamenti ritmici quasi da commedia, direi wildiana, in una pennellata che rimanda all’Inghilterra Vittoriana. Abbiamo cercato di creare un adattamento dove, pur nella rinuncia ad alcune parti del testo originale, abbiamo provato a rispettare l’interezza della vicenda e la sua trasversalità di significato. Ci siamo presi il lusso, studiando i personaggi del testo, di ampliarne uno già esistente, chiamandolo Custode, apparentemente un servitore del male e di Riccardo III, che, con l’andare della narrazione, si scoprirà essere in realtà al servizio della bellezza del luogo; un custode che vuole garantire la sopravvivenza del giardino dell’Eden e per questo è pronto a tutto, quel tutto che nel testo si sintetizza con la parola “AMEN”.
Infine e non da ultima, la scelta degli attori: un cast importante, ponderato in modo maniacale, un cast che possa essere forte per talento e dare ad ogni personaggio letterario qualcosa di fortemente artistico, un cast che possa ammaliare gli spettatori mettendo al primo posto del loro lavoro il potere performativo della parola che il Bardo ci consegna e ci lascia in eredità. Sappiamo tutti che la parola può mettere a tacere ogni tipo di guerra, ma nonostante la storia ce lo ricordi continuamente, continuiamo a dimenticarlo e credo, con mio dolore, volutamente: forse perché siamo stati creati per essere stonatura all’interno della perfezione armonica della prima nota, il DO, o almeno così mi piace pensare.
A tutti i miei collaboratori artistici ho chiesto di dare bellezza al male e non bruttezza, perché chi tradì il paradiso fu l’Angelo più bello.

Antonio Latella

Gli eventi – Linda Dalisi (dal programma di sala del Teatro Stabile dell’Umbria)

Nel dramma storico Riccardo III, William Shakespeare racconta l’ascesa al trono di Riccardo di Gloucester, furioso combattente nella Guerra delle due Rose per parte di York. Violento e manipolatore e animato da una sete di potere, Riccardo è etichettato come mostro a causa della sua deformità.
Siamo in quel momento della storia inglese che determina l’inizio della dinastia Tudor, che porterà poi sul trono, ai tempi del drammaturgo, Elisabetta I.
Nell’opera siamo quindi nella fase finale della Guerra delle Due Rose, sanguinoso scontro dinastico tra due rami cadetti dei Plantageneto: i Lancaster (rosa rossa) e gli York (rosa bianca). Ora il re Edoardo IV (figlio di Riccardo Plantageneto e di Cecily Neville), malato e in fin di vita, sta per lasciare un vuoto, dopo aver mantenuto “la rosa bianca degli York” al potere per diversi anni. A corte vive ancora Margherita D’Angiò, vedova di Enrico VI di Lancaster. Anche Lady Anna Neville (figlia del potente Warwick, nobile magnate passato alla storia con il soprannome di “The Kingmaker”), vive
a corte portando il lutto per Edoardo ultimo erede dei Lancaster.
In apertura di dramma Edoardo IV, morente, prevede il pericolo di nuovi scontri per la successione e cerca di consolidare una pace tra le diverse fazioni in contrasto all’interno della famiglia: da un lato la regina, Elisabetta Woodville, con i suoi parenti, dall’altro i suoi fratelli, Giorgio di Clarence e Riccardo di Gloucester, con altre cariche politiche a fare da ago della bilancia, tra cui il Lord Ciambellano Hastings, Lord Stafford duca di Buckingham, Lord Stanley.
Alla sua morte il re Edoardo lascia diversi figli, tra cui il principe Edoardo, Riccardo di York, e la piccola Elisabetta, che garantirebbero la discendenza e la tranquillità tanto della regina loro madre, quanto della loro nonna, la duchessa Cecily Neville. Ma anche i due fratelli di Edoardo possono avanzare pretese, anche perché i figli di Edoardo non sono che ragazzini, quindi incapaci di regnare. La lotta al vertice per la gestione del potere fa leva proprio sulla minore età del giovane Principe Edoardo. Il più veloce e scaltro di tutti è Riccardo, già nominato Lord Protettore del regno e tutore dei ragazzi.
Usando tanto manovre politiche quanto manipolazioni fondate su superstizioni, voci, false accuse, Riccardo di Gloucester elimina prima suo fratello Clarence, poi gli insidiosi parenti della regina. Sposando Lady Anna, garantisce la possibilità di una discendenza, e quindi stabilità. I due figli di Edoardo vengono prima resi “innocui” attraverso un cavillo giuridico che li dichiara illegittimi, e poi fatti sparire nella Torre di Londra. Con l’aiuto di Lord Buckingham, Riccardo viene proclamato e incoronato re di Inghilterra col titolo di Riccardo III. Ma il suo regno non è destinato a durare. Buckingham,
forse spinto dall’ambizione, si allontana da Riccardo, dopo averlo tanto sostenuto. Temendo complotti Riccardo fa imprigionare e uccidere Lord Hastings, con l’accusa di tradimento per aver cospirato con la regina, e successivamente condanna Lord Buckingham. In effetti i cospiratori
organizzano una rivolta per creare disordine e favorire così lo sbarco in Inghilterra del giovane Enrico Tudor conte di Richmond, che rivendica il trono, forte anche del progetto di matrimonio con Elisabetta di York, figlia di Edoardo IV, su cui ha messo gli occhi lo stesso Riccardo, suo zio, che per raggiungere questo scopo non esita a sbarazzarsi di Anna.
Nell’ultimo atto della tragedia assistiamo allo scontro armato tra l’esercito regio guidato da re Riccardo III e quello di Richmond. Nella battaglia di
Bosworth Field, considerata l’ultimo grande scontro della Guerra delle Due Rose, Riccardo viene definitivamente sconfitto e ucciso.
Può nascere una nuova dinastia, quella dei Tudor, che unirà nel suo emblema la rosa rossa dei Lancaster con quella bianca di York.
Linda Dalisi

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